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Daniela Ranieri per il “Fatto quotidiano”
Sui treni dei ricchi ci sono carrozze suoneria-free, e una voce suadente, preceduta da un jingle, ingiunge di abbassare il volume dei cellulari (ma basta prendere un regionale per conoscere l' Italia reale drogata di decibel, trilli, sveglie, ocarine sintetiche e musichette). Avere una suoneria sguaiata, oggi, significa incarnare lo stereotipo culturale del cafone incapace di gestire il proprio rapporto con la tecnologia.
È arrivata la vibrazione, all' inizio stratagemma discreto, poi sempre più tremore diffuso. Quella dell' iPhone è profonda, gutturale. L' sms produce un doppio singulto, un cicalino come quelli con cui gli scienziati sollecitano i topi nei laboratori. L' apparecchio ci si muove addosso, nelle tasche, ci batte sul corpo con dita invisibili sotto il vetro, generando non tanto una risposta auditiva, ma una specie di reazione fisiologica nota come propriocezione.
Nella serie House of Cards gli schermi di iPad e iPhone sono frame montati sopra la scena principale. Messaggi e mail sono annunciati dal "z-zz" della vibrazione. La post-produzione restituisce in audio quella piccola scossa che tutto il giorno allerta la nostra attenzione generando allarme e gratificazione.
Ancora nella serie I Soprano, girata tra il 1999 e il 2007 - immensa nella riscrittura dell' antropologia grottesca e kitsch della comunità italoamericana del New Jersey - le suonerie sono melodie monofoniche di canzoni napoletane (soprattutto 'O paese d' 'o sole).
Invece, la letteratura degli ultimi trent' anni sembra sul tema aver sofferto di una sorta di complesso.
I cellulari sono stati il tabù degli scrittori decisi ad accreditarsi come classici sfidando l' attualità nelle sue più chiassose manifestazioni. La scelta di far squillare il telefono fisso del protagonista (spesso scrittore a sua volta) nel silenzio di una casa vuota era una specie di marchio dello scrittore impegnato e di qualità.
vibratore attivato da cellulare
In Come stare soli (Einaudi), Jonathan Franzen (classe 1959) rivendica di avere un telefono a disco: "Alla radice… delle mie ragioni per conservare il telefono a disco c' è la tipica vita dello scrittore". E ancora: "I telefoni a tastiera mi ripugnano. Non mi piace il loro trillo asettico, la loro aria taiwanese, la loro egemonia compiaciuta". Figuriamoci i cellulari:
"Lungo Third Avenue di sabato sera provo un senso di vuoto. Intorno a me vedo giovani attraenti curvi sui loro StarTacs e Nokia con un' espressione preoccupata, come se stessero sondando un dente cariato; la tecnologia personale comincia ad assomigliare a un handicap fisico".
All' opposto, nel magnifico Nel mondo a venire (Sellerio) il 37enne Ben Lerner incorpora i dispositivi Apple nella narrazione come fossero snodi della trama, personaggi, superfici sensibili capaci di generare esperienza, non solo strumenti per comunicare. La geolocalizzazione dell' iPhone proietta il protagonista dentro la scacchiera di una New York in attesa di un uragano, rendendolo un punto luminoso e vibratile dell' enorme animale metropolitano ipercablato.
VALERIA MARINI CELLULARE FOTO ANDREA ARRIGA
Nel mondo di Lerner lo smartphone ha il valore che la fotografia aveva per la Parigi del XIX secolo di Walter Benjamin: proiettandoci dentro una dimensione che include ma sorpassa quella fisica, ci conforta, ci modifica, ci lega a ogni atomo del mondo.
Ne La corrispondenza Giuseppe Tornatore orchestra una sinfonia di trilli e vibrazioni. Incessantemente, messaggi, mail, telefonate dell' amante inondano la protagonista –
persino dalla dimensione dell' incomunicabile, dove Orfeo andò a suonare per Euridice e tornò solo - e nella sala buia è tutto uno squillare e un vibrare, e motivetti allegri si mischiano alle lacrime della perdita. E hai voglia, le prime volte, a guardare il vicino con la faccia truce facendogli il gesto del cellulare: è il regista che si è dimenticato di spegnerlo.
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