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Giulia Zonca per “la Stampa”
Il bandierone a stelle e strisce copre il campo e pure la protesta, ma i quattro giocatori dei Miami Dolphins, inginocchiati durante l'inno nel giorno in cui gli stati Uniti ricordano l'11 settembre, fanno il giro del mondo. Quella posa ormai è un simbolo, l' ha scelta Colin Kaepernick, il quarterback di San Francisco, per dare sfogo al suo disagio: lui pezzo di un America in cui si riconosce a fatica.
Osannato dal sistema in quanto giocatore di football e messo in crisi in quanto nero, il primo a mettersi in ginocchio sui campi della Nfl. Non l' unico. Lo hanno imitato. Prima una calciatrice Usa, Megan Rapinoe, poi Brandon Marshall, linebacker dei Broncos, che ha perso lo sponsor per il dissenso, e tante squadre di college che hanno condiviso il gesto. Ma non era l' 11 settembre. O non erano in prime time.
I quattro Dolphins hanno spinto la ribellione un po' più in là. La Nfl ha tentato di contenere ansie e frustrazioni per un intero giorno, ha placato i moti di rivolta dei Seahawks che annunciavano la manifestazione in massa, ha risposto a migliaia di tweet infuriati a difesa del «giorno da onorare» e poi si è messa a contare gli uomini in ginocchio.
I dirigenti di Miami sapevano che i loro ragazzi non avrebbero accettato mediazioni e hanno scritto una lettera per placare le ondate di risentimento nazionale: «Abbiamo incoraggiato tutti i nostri tesserati a portare rispetto in questa ricorrenza così delicata ma la libertà fa parte del rispetto e riconosciamo il diritto alle scelte individuali che non vanno contro, ma includono un diverso pensiero».
Quando Kaepernick ha rifiutato di omaggiare l' inno ha spiegato: «Non mostro orgoglio per la bandiera di un Paese che opprime la gente di colore e le minoranze». Non è solo un pensiero diverso, è un bisogno e un' affermazione che nel giorno della memoria, davanti a un telo a stelle e strisce che copre un campo da football, in uno stadio pieno di gente con la mano sul cuore, diventa opposizione.
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