angelo ratti

“MENTRE MI TIRAVANO CALCI E PUGNI ALLA CIECA, CONTINUAVANO A URLARE ‘GAY DEL CAZZO’, ‘FINOCCHIO!’” – IL RACCONTO DI ANGELO RATTI AGGREDITO IN SPIAGGIA A PORTO ISTANA, SUD-EST DI OLBIA, IN SARDEGNA: “SONO STATO ATTACCATO ALLE SPALLE E GETTATO SULLA SPIAGGIA. LÌ HANNO COMINCIATO A PICCHIARMI. IN TRENTA, PER MEZZ’ORA” (IN TRENTA PER MEZZ’ORA? E’ COME HA FATTO A USCIRNE VIVO?) – “ORA SENTO UN FISCHIO CONTINUO NELL’ORECCHIO SINISTRO. SPERO NON MI ABBIANO ROTTO IL TIMPANO” - NELLA MISCHIA SI SONO BUTTATI ANCHE GLI AMICI DI ANGELO, CERCANDO DI DIFENDERLO: ORA UNO DI LORO HA UNA COSTOLA LESIONATA - IL GIORNO DOPO ANGELO RATTI APRE IL TELEFONO E SI TROVA ALCUNI MESSAGGI MINATORI DAL PADRE DI UNO DEI RAGAZZI CHE LO HANNO AGGREDITO: “SEI PROPRIO UN FROCETTO. TI TROVERÒ. TU DALLA SARDEGNA DEVI ANDARE VIA” (PERCHE’ AVEVA IL SUO NUMERO DI TELEFONO?)

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Estratto dell’articolo di Giovanni Cortesi per il “Corriere della Sera”

 

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«Sono stato attaccato alle spalle e gettato sulla spiaggia. Lì hanno cominciato a picchiarmi. In trenta, per mezz’ora. Erano degli sconosciuti. Il motivo è abbastanza chiaro: mentre mi tiravano calci e pugni alla cieca, continuavano a urlare “gay del ca...”, “finocchio!”. Mi sono rialzato in una pozza di sangue. Ora sento un fischio continuo nell’orecchio sinistro. Spero non mi abbiano rotto il timpano».

 

Angelo Ratti, 39enne di Milano, stava mettendo via l’attrezzatura: casse, mixer, console. Erano le prime ore del 14 agosto, al bar «Kando». «Il classico chiringuito sul mare», ricorda lui. Località Porto Istana, sud-est di Olbia, Sardegna. Angelo e alcuni membri del suo collettivo Lgbtq+ «Biscotto della fortuna» avevano appena finito di suonare: «Era andato tutto liscio, durante il dj set. Nonostante l’accoglienza». Il ragazzo, infatti, racconta di aver visto un gruppo di trenta persone dall’atteggiamento sospetto: «Stavano distanti, ci guardavano con disprezzo. Ho avuto il presentimento di essere finito in un luogo ostile. Nella tana del lupo».

 

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Parte la musica, comincia la serata. Finché, poco dopo la mezzanotte, non gli si avvicina un ragazzo. Prima vola l’insulto — «Vattene via, “fro...”» —, quindi inizia il linciaggio.

«Siamo un collettivo queer — spiega Angelo —. E se a volte organizziamo serate Lgbtq+, quella non lo era affatto. Credo l’abbiano scoperto controllando sui social. E ci volevano sfottere, umiliare».

 

Nella mischia si sono buttati anche gli amici di Angelo, cercando di difenderlo: ora uno di loro ha una costola lesionata, un’altra un lungo taglio sulla schiena. «Ringrazia che sei femmina, altrimenti avresti fatto la stessa fine», le hanno detto prima di scappare lasciando a terra il 39enne.

 

«Ma l’omofobia di quella notte non finisce qui — prosegue Angelo —. Arrivato il 118, dall’ambulanza è scesa una donna che ha cominciato a tamponarmi il sangue.

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Grondavo. Si è avvicinato un altro paramedico e, sgranando gli occhi, le ha detto: “Stai attenta!”. Per poi rivolgersi a me: “Sei gay, giusto?”. Insomma, ha insinuato la vecchia equazione fra omosessualità e Hiv. È ancora uno stigma».

 

Come se non bastasse, il giorno dopo Angelo apre il telefono e si trova una cascata di messaggi minatori. Sempre a sfondo omofobo. È il padre di uno dei ragazzi che lo hanno aggredito. «Sei proprio un fr...etto. Ti troverò. Tu dalla Sardegna devi andare via». Oggi Angelo si sottoporrà ad accertamenti all’ospedale Niguarda di Milano. […]

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