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Marco Giusti per Dagospia
Cannes quarto giorno. Già in sala senti forte l'odore dei critici che si lavano poco e in fretta. E pioggia e freddo non aiutano. Quasi nessuno e' contento della qualita' dei film in concorso. Molti dei film che vediamo sono segnalati, come si faceva una volta, come "tratto da una storia vera" e mostrano gravi problemi di identita' maschile e di difficili rapporti col mondo femminile.
Anche il primo film della mattinata, "Jimmy P., Psycotherapy of a Plains Indian", del francese Arnaud Desplechin, tutto ambientato in America e girato in inglese non solo e' tratto da uno storia vera, cioe' da uno dei casi clinici descritti dallo psicanalista e antropologo Georges Devereux, qui interpretato da Mathieu Amalric, nel suo libro "Reality and Dream", ma tratta proprio di un clamoroso caso di paura e soggezione dell'universo femminile.
Nei primi anni '50 Devereux applico' le sue teorie di etno-psichiatria e i suoi studi, paralleli a quelli di Claude Levy Strauss, sulla tribu' degli indiani Mojave del Nord America a soggetti con segni di forte disagio mentale, come nel caso del veterano di guerra di origine Piede Nera Jimmy Picard, interpretato da Benicio Del Toro, ritornato dal fronte con forti e inspiegabili traumi.
Ma non e' stata la guerra a provocarglieli, quanto l'educazione repressiva della Chiesa Cattolica nella riserva indiana e i troppi personaggi forti femminili, dalla madre alla sorella maggiore, che lo hanno dominato durante l'infanzia e dopo. Desplechin, con l'aiuto di due interpreti formidabili, un Benicio Del Toro ferito, spesso ubriaco, frantumato nell'anima, e un Mathieu Amalric perfetto come antropologo ebreo-rumeno che si costruisce in America un doppio francese per studiare le tribu' indiane, ci conduce in un viaggio psicanalitico più ricco e credibile di quello del "Dangerous Method" di Cronenberg, ricostruendo attentamente tutto l'ambiente sociale, storico e tribale del paziente.
C'e' pure una dotta citazione del grande e scordato "Sogno di prigioniero" di Henry Hathaway con Henry Fonda, primissimo film americano degli anni â30. Il fatto poi che il cinema francese, massicciamente a Cannes, punti anche al mercato americano con film in inglese, dimostra a che livello sia arrivato in pochi anni.
Merito anche dell'aiuto dei media e della stessa Cannes che da "Un prophete" e "The Artist" in poi hanno fatto un grande lavoro di sostegno della cinematografia francese. Inutile fare paragoni con la nostra che si trova attualmente in uno stato comatoso sotto tutti i livelli, anche se "Miele" e "Salvo" sono stati accolti piuttosto bene dalla critica internazionale.
Intanto speriamo che i produtttori italiani non vedano il film giapponese in concorso, "Like Father, Like Son" dell'interessante Hirokazu Kore-Eda o scatta subito il remake alla Bisio-Siani. Il soggetto, ottimo, si presta proprio al remake occidentale. Immaginate che il bambino che avete cresciuto per sei anni, il bambino che amate, non sia vostro figlio, ma il figlio di un'altra coppia, che ha invece il vostro vero figlio.
Per uno scherzo del destino o meglio, per la follia di una infermiera tra i fumi di una mal digerita lotta di classe, i due bambini, di famiglie di classi molto diverse, sono stati scambiati tra loro e spetta ai genitori la decisione su cosa sia meglio fare.
Ma più il tempo passa e più le cose si fanno difficili, anche perche' i genitori rischiano di non vedere più figli che hanno cresciuto con gli occhi di prima. E anche quando si fara' lo scambio le cose non potranno andare davvero meglio, perche' il legame con un bambino che hai coccolato per sei anni non potra' non farsi sentire.
Kore-Eda ha l'accortezza di disegnare le due coppie completamente diverse. La prima, quella composta dalla superstar giapponese Fukuyama Masaharu (anche celebre cantante pop) e Ono Machko, genitori dell'adorabile Keita, e' una coppia di ricchi con un figlio solo, il padre in carriera e sempre a lavorare e la mamma a casa.
La seconda, invece, composta da Maki Yoko e Lily Franky, genitori di Ryuta, sono più modesti e frikkettoni, pieni di figli, ma il padre puo' accomodare tutti i giocattoli rotti e sta molto a casa con loro. Il film dosa in parti uguali commedia e dramma, anche se funziona di più nello scontro quasi comico tra le due famiglie (e li' aspetto il Fabio Bonifacci della situazione) mentre si allunga un po' troppo sulla parte melodrammatica. I bambini sono pero' cosi' carini e il film e' cosi' inventivo che gli perdoniamo anche le lunghezze.
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