la bola negra

LA CANNES DEI GIUSTI - CON “LA BOLA NEGRA”, DEGLI SPAGNOLI JAVIER CALVO E JAVIER AMBROSSI, NOTI COME LOS JAVIS, IL FESTIVAL SI AVVIA A UNA CONCLUSIONE SPETTACOLARE - MENTRE IN ITALIA SI TENDE, GRAZIE AGLI INTELLETTUALI DI DESTRA, A RIMUOVERE COME NARRAZIONI LETTERARIE GUERRA E FASCISMO, PUNTANDO AL FUTURISMO E A D’ANNUNZIO, COME SE IL RESTO NON FOSSE MAI ESISTITO, IN TUTTA EUROPA SPUNTANO COME FONDAMENTALI IN QUESTI ANNI TEMI COME LA GUERRA, FASCISMO, MACHISMO, OMOFOBIA, IN UNA RILETTURA TOTALE DEL '900 E DEI SUOI ORRORI CHE ARRIVA FINO ALL’EUROPA COSÌ DIVISIVA DI OGGI - NON A CASO IL FILM, UNA SORTA DI STORIA TRIPLA SULL’OMOSESSUALITÀ NEL PAESE, SI APRE CON UNA BANDA DI PAESE CHE ASPETTA CON ARDORE E SCRITTE DI “VIVA MUSSOLINI” I CAMERATI FASCISTI ITALIANI CHE SI UNIRANNO A FRANCO NELLA GUERRA CIVILE… - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

 

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Con “La bola negra”, opera seconda degli spagnoli Javier Calvo e Javier Ambrossi, noti come Los Javis, autori di serie di grande successo come “Veneno” e “Paquita Salas”, la più ricca produzione spagnola di sempre, e “Coward” del belga Lukas Dhont, regista di “Girl” e “Close”, Grand Prix del 2022, il Festival di Cannes si avvia a una conclusione spettacolare e a una giornata epica non tanto per il cinema a tematica LGBT, che ha dominato praticamente tutto il concorso e non solo, quanto per la voglia tutta europea e delle generazioni più giovani, di ricostruire la propria storia confrontandosi con il cuore del fascismo del 900, con una tragedia come la Guerra Civile in Spagna e la Prima Guerra Mondiale.

 

Mentre in Italia, si tende, grazie agli intellettuali di destra, a rimuovere come narrazioni letterarie Guerra e Fascismo, puntando al Futurismo e a D’Annunzio, come se il resto non fosse mai esistito, perché da lì nasce il nostro antifascismo e la cultura dominante del vecchio PCI, in tutta Europa spuntano come fondamentali in questi anni temi come la guerra, fascismo, machismo, omofobia, in una rilettura totale del 900 e dei suoi orrori che arriva fino all’Europa così divisiva di oggi.

 

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Non a caso “La bola negra” dei Los Javis, 20 minuti di applausi liberatori finali, magari un eccesso, ma giustificabile, per una sorta di storia tripla sull’omosessualità nel paese, la morte di Lorca, un guardarsi indietro storicamente per capire dove siamo arrivati e perché ci siamo arrivati, si apre con una banda di paese che aspetta con ardore e scritte di “Viva Mussolini” i camerati fascisti italiani che si uniranno a Franco nella Guerra Civile.

 

Purtroppo i camerati in volo sbagliano e fanno un massacro nel paesino che li stava accogliendo con tanta passione. Una scena che non potevamo certo trovare ne “L’assedio dell’Alcazar” di Augusto Genina, ormai lontano film di propaganda fascista con Fosco Giachetti, che, pur bellissimo (credo di averlo visto in una Venezia di cinquant’anni fa quando c’erano Lizzani e Ungari o forse lo confondo con “Squadrone bianco”), oggi darebbe noia alla nuova narrazione del governo italiano.

 

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Quella che segue in “La bola negra” è una storia tripla, basata su una commedia di Alberto Conejero, fotografata da Gris Jordana, ambientata nel 1932, 1937, 2017 che racconta la ricerca e il ritrovamento di un lavoro incompiuto di Federico Garcia Lorca, attraversando varie generazioni di omosessuali spagnoli. Il ricercatore sovrappeso, Carlos Gonzales, che studia le prime voci di cantanti incise in Europa ci rivela che le prime incisioni sono degli anni ’20, in fondo non così lontane dall’inizio delle nostre storie.

 

E’ un misurarsi con la storia, con la nostra voce, per capire, ritrovarsi, riconoscersi, alla ricerca di volti perduti che diano un senso al perché si stia ancora qui oggi a pesare quel disastro e a fare i conti sui suoi effetti cento anni dopo. E, come ben sappiamo, non è che la destra spagnola di oggi e quella italiana di “Sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana, ecc.” siano così distanti.

 

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La bola negra, la palla nera del giudizio negativo che nella Granada di prima della guerra, i borghesi della città danno al giovane Carlos perché omosessuale non facendolo assumere al casino, è il marchio di questa infamia. E l’immagine delle tante palle nere che peseranno nella vita di generazioni di tanti Carlos nel tempo. Poi c’è l’amore proibito tra un calciatore repubblicano e un giovane simpatizzante fascista.

 

E la storia del manoscritto perduto che porterà a Lorca, una morte che non solo ancora pesa in Spagna e in Europa, ma che definisce, ce ne fosse bisogno, i contorni di un fascismo, di un machismo e di una omofobia che non se ne sono mai andati. Rendiamoci conto, ma lo sappiamo benissimo, che un film così, da noi, con questo governo, non lo potremmo mai fare.

 

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Prodotto dai fratelli Almodovar, è un film dal grande cast, il cantante Guitarricadelafuente, Miguel Bernardeau, Penelope Cruz, Glenn Close, Julio Torres, il nostro Lorenzo Zurzolo, e giustamente, con la sua carica di adrenalina, la prima parte è molto buona, ha risvegliato i critici ormai irrimediabilmente addormentati sulle poltrone.

 

Forse, ma è solo un sospetto, proprio questa carica lo ha fatto passare per un film più alto di quello che è. Anche il più stiloso “Coward”, diretto dal belga Lukas Dhont, che lo ha scritto con Angelo Tijssens, magnificamente fotografato da Frank van den Eeden, fa parte dello stesso progetto di rilettura della storia del 900.

 

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Ma è anche una storia di amore tra due giovani soldati, il contadino Pierre di Emmanuel Macchia, e il sarto Francis di Valentin Campagne, che accompagna la troupe di teatranti che recita per le truppe sul fronte, che, durante la Prima Guerra Mondiale sul fronte belga, scoppia improvvisamente fra tanta violenza e tanta morte.

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