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Anime nere di Francesco Munzi
Marco Giusti per Dagospia
Terzo giorno. Capisciste? Arriva il primo film italiano in concorso. E, finalmente, arriva a Venezia un film tutto o quasi parlato in calabrese strettissimo, girato inoltre in Aspromonte e proprio a Africo, il centro indiscusso dell’ndrangheta, con un cast di bravissimi attori, in gran parte calabresi, che riescono a essere credibili sia come calabresi che come membri di una famiglia malavitosa. Barbera punta molto su questo “Anime nere”, opera terza del serissimo Francesco Munzi, dopo il notevole esordio con “Saimir” e il meno riuscito, ma non meno interessante, “Il resto della notte”.
anime nere francesco munzi a venezia
Costruito da Munzi assieme a Maurizio Braucci, sceneggiatore di “Gomorra” e del “Pasolini” di Ferrara, e a Fabrizio Ruggirello, tratto da un romanzo di Gioacchino Criaco, un bel po’ diverso però, “Anime nere” è una specie di tragedia antichissima ambientata ai giorni d’oggi tra Amsterdam, Milano e la Calabria più buia, che vede il disfacimento di una famiglia segnata dalla logica dell’ndrangheta, del dominio del territorio e della vendetta.
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Nei primi dieci minuti Munzi ci spiega perfettamente il giro della coca e il legame tra la Milano che costruisce e l’ndrangheta. Alla faccia di Formigoni e Maroni. Luigi, il più giovane dei fratelli, interpretato da un Marco Leonardi mai così bravo, è un vero e proprio boss del narcotraffico. Rocco, interpretato da Peppino Mazzotta, è apparentemente il più borghese e il più integrato. Vive a Milano, con una bella moglie, Barbara Bobulova, una figlia, e fa l’imprenditore coi proventi del mercato della coca.
Luciano, interpretato da Fabrizio Ferracane, è l’unico che è rimasto al paese, in Calabria, e cerca di fare una vita fuori dall’ndragheta curando gli animali. Ma suo figlio Leo, l’inedito e bravissimo Giuseppe Fumo, sogna solo di unirsi allo zio Luigi e fare anche lui il criminale, scontrandosi così con i desideri del padre, che lo vorrebbe tener fuori da ogni traffico familiare. Non andrà così.
Leo se ne andrà a Milano, accolto da Luigi e da Rocco, ma la voglia di sistemare le cose al paese, dove un clan rivale si sta troppo allargando, spingerà Luigi a ritornare, portandosi dietro Leo, che si sente pronto a passare all’azione. E cominceranno a volare i proiettili. Ovviamente.
Rigorosamente strutturato e messo in scena con grande precisione e concentrazione, il film di Munzi, grazie anche al grande lavoro dei suoi attori, tutti perfetti, riesce a spiegarci senza sbavature la realtà dell’ndrangheta, i legami tra il narcotraffico e l’imprenditoria milanese, ma anche la forza tribale che unisce la famiglia calabrese al suo luogo d’origine.
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Il film si perde un po’ in un moralismo fofian-mereghettiano nella parte finale, quando si deve scegliere se puntare alla tarantinata o alla tragedia classica. Ma il gioco tra i fratelli, così diversi e così uniti, su chi sia davvero il più forte fra di loro è ben costruito, come son ben costruiti tutti i rapporti familiari che porteranno all’inevitabile scoppio di violenza finale.
Per Munzi è un bel risultato che punta al realismo italiano da festival piuttosto che alla carneficina autoriale messicana. Ma le sue anime nere sono tutte credibili e forti e il film ha una sua forza e un suo invidiabile coraggio nel mettere in scena una storia così complessa che non si serve di nessun trucco facile da cinema post-gomorriano o da buona serie televisiva. Può non piacere ai cultori del genere, ma certo è una scelta di gran livello.
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