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IL CINEMA DEI GIUSTI - FINALMENTE NEL CINEMA ITALIANO SI PARLA TRIESTINO. “UN ANNO DI SCUOLA” DI LAURA SAMANI RISCHIA DI DIVENTARE UN FILM DI CULTO GIOVANILE DI QUESTO SCIAGURATO 2026, PRENDENDO IL POSTO DI UN ALTRO FILM DEL NORD-EST SEGNATO DA BEVUTE E NOTTATE IN BIANCO, “LE CITTÀ DI PIANURA” - IN QUESTO CASO AL CENTRO DELLA STORIA CI SONO 4 STUDENTI DELLA ITIS DI TRIESTE NEL 2007 CHE PASSANO UN ANNO DI VITA INSIEME DIVENTANDO GRANDI E DOVENDO DECIDERE IL LORO FUTURO - ALLEGRI, TRISTI, ESALTATI, PASSANO DA UN’EMOZIONE ALL’ALTRA CON UN REALISMO IMPRESSIONANTE. CAPISCO PERCHÉ STIA DIVENTANDO OGGI UN FILM DI CULTO… - VIDEO
Marci Giusti per Dagospia
Finalmente nel cinema italiano si parla triestino. E si beve glu glu glu come davvero vediamo nella vita. Almeno a Trieste. “Un anno di scuola”, opera seconda di Laura Samani, che lo ha scritta assieme a Elisa Dondi, tratto da un romanzo del 1929 di Giani Stuparich, già portato in scena al cinema da Franco Giraldi nel 1977 in una edizione molto fedele al testo originale, rischia di diventare un film di culto giovanile di questo sciagurato 2026 prendendo il posto di un altro film del nord-est segnato da bevute e nottate in bianco, “Le città di pianura” di Francesco Sossai.
In questo caso al centro della storia non ci sono due ubriaconi e uno studente di architettura in giro per il veneto alla ricerca della Tomba Brion. Ci sono quattro studenti della Itis di Trieste, nel romanzo era un Liceo Classico, nel 2007, cioè quasi vent’anni fa, che passano un anno di vita insieme diventando grandi e dovendo decidere il loro futuro.
Laura Samani sposta l’azione al 2007 forse per motivi autobiografici, visto che anche lei ha studiato a Trieste in una classe di maschi per poi trasferirsi prima a Pisa a studiare lettere e poi al Centro Sperimentale a Roma. Ma già quest’idea di spostare l’azione al 2007 lo rende un film generazionale per molti trenta-quarantenni. La storia e i personaggi del libro di Stuparich rimangono quelli. Anche i loro nomi.
In una classe di maschi, che fanno i maschi, con battute del cazzo da maschi del 2007 (“cosa dice una svedese dopo 100 pompini?” – “Stoccolma”), che si preparano agli esami di ammissione, entra una bella ragazza svedese più evoluta di loro, Frederika detta Fred, interpretata dall’esordiente Stella Wendick, figlia di un tagliatore di teste che dovrà rimettere a posto un’azienda della città.
Fred diventa amica di tre ragazzi, il buffo Mitis di Samuel Volturno, il tormentato Pasini di Pietro Giustolisi e il più bello Antero di Giacomo Covi. Ma dopo un periodo che i tre la sentono come una di loro, Antero e Fred avranno una storia che porterà a far esplodere il gruppo di amici. Non potrebbe essere altrimenti.
Complice anche l’anno che passa che li porterà a dover scegliere il loro futuro, i quattro ragazzi sanno che si dovranno lasciare alla fine degli esami. Laura Samani, che ci aveva dato il già notevole “Piccolo corpo”, riesce a dar vita qui a un piccolo miracolo di equilibrio, attenzione, eleganza. I suoi giovani attori sono perfetti, Giacomo Covi vincerà il premio Orizzonti per l’interpretazione a Venezia, ma sono bravissimi tutti e quattro, a cominciare dalla protagonista, Stella Wendick.
Allegri, tristi, esaltati, passano da un’emozione all’altra con un realismo abbastanza impressionante. La colonna sonora riprende quello che si sentiva al tempo, credo, Tre Allegri Ragazzi Morti, Mellow Mood, ma la cosa che colpisce di più sono i vecchi telefonini e il buffo maschilismo di vent’anni fa. Capisco perché questo film, che è passato un po’ inosservato a Venezia, stia diventando oggi un film di culto. Meglio tardi che mai. In sala.
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