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1.HOLLYWOOD PUNTA SU ROMA - IL RITORNO DEI DIVI A CINECITTA’
Paolo Conti per il “Corriere della Sera”
james bond daniel craig girato a roma 9
La grande tribù della produzione di «Ben Hur», dopo aver lasciato Matera, è sbarcata a Cinecittà il 2 febbraio, tra gli stabilimenti di via Tuscolana e il retroterra del parco tematico di Cinecittà World sulla via Pontina, e lascerà Roma solo il 18 maggio dopo aver costruito l’esatta replica del Circo Massimo col coinvolgimento di 80 cavalli e di una media di 7-800 comparse al giorno per le scene di massa, per un totale di circa 12 mila scritturati sotto la guida dell’italiano Enzo Sisti, line producer del film diretto da Timur Bekmambetov (nel cast, col protagonista Jack Huston-Ben Hur, c’è Morgan Freeman nel ruolo dello Sceicco Ilderim).
Due giorni fa, nella città del cinema che ormai ha alle spalle 78 anni di storia, è stato anche battuto il primo ciak di «Zoolander 2», sequel della parodia del mondo della moda girato nel 2001. Un entusiasta Ben Stiller si è auto-immortalato con un selfie negli studios romani postando la foto su Instagram con l’eloquente commento «First day of shooting down! #Zoolander2 #Cinecitta #Finallymakingthismovie!». Ovvero: finalmente si gira!
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E per le strade di Roma, nei vicoli dell’antico Ghetto ebraico, i fotografi capitolini giocano al remake della Dolce Vita inseguendo il co-protagonista accanto a Stiller, cioè Owen Wilson (l’attore che nel 2011 recitò per Woody Allen in «Midnight in Paris» con Carla Bruni sotto gli occhi preoccupati di Sarkozy) nelle sue scorribande notturne tra ristoranti (è ghiotto di carciofi alla giudìa) e una discoteca romana ora di gran moda in via Fleming, sopra Corso Francia.
Uno spettacolo nello spettacolo, il divo che si sottrae ai flash sullo sfondo di Roma antica stando a un gioco mediatico che è alla radice del mito di Cinecittà.
Ma non basta. Proprio ieri negli uffici dell’amministratore delegato di Cinecittà Studios, Giuseppe Basso, si è tenuta una riunione forse decisiva per la produzione di una serie tv targata Sky dedicata a Diabolik, destinata al mercato internazionale, col coinvolgimento del maestro Dante Ferretti (tre premi Oscar) per le scenografie.
Cinecittà conosce una nuova primavera, e si respira un clima quasi euforico. «Sono rientrato da pochi giorni da un lungo giro negli Stati Uniti. Ho incontrato a Hollywood i rappresentanti delle grandi Major e dei maggiori produttori indipendenti. Ho riscontrato una nuova attenzione per Cinecittà, per il nostro marchio, per la città di Roma e, in generale, per il nostro sistema Paese», racconta Basso. Ma cosa è accaduto? «Finalmente si comincia ad avere meno timore per le autorizzazione per le riprese, per le leggi sul lavoro. Ma soprattutto bisogna dare atto al ministro Dario Franceschini per la determinazione con cui è riuscito a far approvare il nuovo sistema di tax credit, ovvero degli incentivi fiscali. Prima eravamo assolutamente non competitivi, ci ritrovavamo esclusi dal circuito dei migliori set europei».
La conferma è arrivata dal New York Times che ieri in prima pagina titolava: «Hollywood ancora una volta torna sulle rive del Tevere», grazie proprio «ai benefici fiscali per le produzioni straniere voluti dal governo italiano».
Con la nuova norma i progetti stranieri hanno un beneficio del 25% di quanto spendono in Italia. Unendo insieme Cinecittà Studios e Filmmaster, entrambe aziende del gruppo Italian Entertainment Group, si possono trasferire alla produzione fino a 20 milioni di benefici fiscali a progetti che investono in Italia fino a 90 milioni di euro. Basso assicura che senza il tax credit «Zoolander 2» sarebbe finito altrove, probabilmente in Gran Bretagna o in Francia.
Ma un’altra carta decisiva, spiega Basso, è stata giocata grazie a James Bond: «La produzione di quel film è andata bene, Roma ha dimostrato di poter essere un eccellente set per una grande produzione. Un esempio come quello è importante. Perché noi vogliamo e dobbiamo pensare in grande. Cinecittà è una straordinaria realtà composta da venti teatri di posa, più di cento persone impiegate stabilmente, con un reparto scenografico tra i più vasti d’Europa con quaranta addetti. Le voci circolate nel 2012 di una trasformazione di Cinecittà in un maxi resort non ci hanno aiutato. Ma ora possiamo guardare al futuro con sicurezza e decisione».
Aveva insomma ragione Fellini: «Quando mi chiedono dove vorrei vivere, a Londra, New York... io penso sempre che vorrei vivere a Cinecittà»
2. LA CECITA’ DI HOLLYWOOD
Valerio Cappelli per il “Corriere della Sera-Roma”
«The Third Person», il film di Paul Haggis in parte ambientato a Roma, è un mezzo pasticcio. Haggis è un regista e sceneggiatore premio Oscar. E così Woody Allen, l’autore di «To Rome with Love», una sorta di glossario degli stereotipi sulla nostra città. Come in «La rosa purpurea del Cairo», dove i personaggi escono dallo schermo per entrare nel mondo reale, quelli del suo film romano gli sono sfuggiti di mano e vivono per conto proprio, nell’«altrove» dei luoghi comuni. Haggis dice che «è difficile, per i registi stranieri, sfuggire agli stereotipi italiani».
Ci sono altri esempi illustri: nel 2008, Roma fu messa a soqquadro per le riprese di «Angeli e demoni», il blockbuster con Tom Hanks: gli elicotteri sopra Castel Sant’Angelo, Corso Vittorio Emanuele bloccato per ore. Ospite di Dave Letterman, Hanks si disse affascinato dalla pavimentazione del centro storico: «Ogni centimetro è diverso dall’altro» (i sampietrini). E come dimenticare «Ocean’s Twelve», o una centrifuga delle banalità come «Mangia prega ama»? Gli «italians» gesticolanti tutti pizza e spaghetti, ospitalità, amore e dolce far niente. Forse sono le cose che gli stranieri ci invidiano.
Il sociologo Domenico De Masi stigmatizza la «sciatteria dei copioni»; lui ha trovato scontato anche «Midnight in Paris» di Woody Allen («vedi il Mouling Rouge e appare Toulouse-Lautrec»). Colpisce che il gotha americano, smarrito in patria tra prequel e sequel, a Roma si eserciti in un flop dopo l’altro. Allen ha fatto la figura di «Prendi i soldi e scappa». «Non può trattarci con una tale idiozia», dice De Masi, «ma è colpa nostra, una città mai così indecorosa e sporca, dove i marciapiedi sono una serie di rattoppi malfatti di catrame, induce a uno sguardo superficiale».
L’eccezione, nelle nostre piazze barocche, è «Il talento di mr Ripley». Si può dare un ritratto sofisticato di Roma facendo leva su fascino e immaginazione, ma anche inaffidabilità e corruzione, senza cadere nello stereotipo, come dimostra il giornalista John Hooper nel suo libro «The Italians». Ma per Hollywood, il Colosseo è più scivoloso di una saponetta bagnata. Se i politici italiani nella musica mostrano di avere una cosa in comune con Beethoven (la sordità), i registi Usa quando girano a Roma sono ciechi. Viene in mente il sottotitolo di un altro film (un capolavoro in questo caso): «Birdman», o «le imprevedibili virtù dell’ignoranza». Se la maledizione si intitolasse come un Oscar italiano, se la nuova Hollywood sul Tevere fosse sopraffatta dalla Grande Bellezza? Non ci resta che sperare in 007: sul set ha rischiato di rompersi la gamba sui sampietrini, ma non può fare cilecca proprio qui .
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