
DAGOREPORT - CERCASI DISPERATAMENTE TALE MELONI GIORGIA, DI PROFESSIONE PREMIER, CHE DEFINIVA…
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Dalla mostra di Berlino al festival di Cannes, un po' a sorpresa trionfa il cinema italiano perennemente in crisi.
Ma rispetto al passato (glorioso), quando nelle rassegne internazionali, a farla da padrone erano il cinema d'autore, con i suoi grandi registi (e interpreti), nell'Italia di Rigor Montis e degli scandali - che dalla Padania arrivano fin dentro i sacri palazzi del Vaticano -, ora sono i galeotti i principali protagonisti delle pellicole vincenti.
Forse si tratta soltanto di una casualità .
Un segno dei tempi (mutati) nell'Europa (che ci guarda) glorificare le nostre Gomorre (quotidiane).
Di sicuro c'è che, una volta uscito di scena il Cavaliere Pompetta gran produttore del Bunga-Bunga, anche nel teatrino della politica sono cambiati i generi di spettacolo (offerto) e i loro interpreti-simbolo.
E sembrano cambiare pure i gusti dei giurati.
Oggi costretti a giudicare opere in cui il personaggio principale non è preso più nemmeno dalla strada come ai tempi di "Ladri di biciclette", ma dalle celle (di sicurezza).
In cui sembrano rinchiusi artisti forse più talentuosi dei loro colleghi in libertà (a Cinecittà ).
A Berlino, l'Orso d'oro è andato ai fratelli Taviani con il loro "Cesare deve morire", girato all'interno del carcere romano di Rebibbia. E nel testo shakespeariano recitato tra le mura del penitenziario, uno degli attori-reclusi, l'interprete di Cassio, dice: "da quando ho conosciuto l'arte questa cella è diventata una prigione".
Al Grand Prix di Cannes Matteo Garrone s'impone con "Reality". Un film in cui, come scrive la sublime Natalia Aspesi su "la Repubblica", una parte importante del film "appoggia sul protagonista Aniello Arena, che qui non poteva esserci, essendo chiuso da vent'anni nel carcere di Volterra".
Dunque, da Cannes e da Berlino arriva un messaggio chiaro anche per i nostri produttori e registi: basta con i Raul Bova e le Moniche Bellucci. La chiave del successo internazionale ormai è in mano ai secondini.
E chissà se al nostro critico-stracult, il bravo Marco Giusti (di nome e di fatto), non venga qualche riflessione ulteriore sul Nuovo Cinema Alcatraz "all'italiana".
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