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http://www.theguardian.com/film/2015/feb/12/james-franco-pushing-limits-the-interview-i-am-michael
Dopo aver quasi provocato la terza guerra mondiale con “The Interview”, James Franco torna con “I Am Michael”, nel ruolo di Michael Glatze, il bel leader del movimento dei diritti omosessuali che fu a capo di molte riviste giovanili americane. Non è certo la prima volta che interpreta un gay, ed è solo uno dei sei film di cui sarà protagonista nel prossimo anno.
In questo, diretto da Justin Kelly, ha un compagno (Zachary Quinto), ma poi si avvia a una misteriosa conversione religiosa e diventa un pastore cristiano anti-gay. Come è stato possibile? Molto semplice secondo la ricostruzione del vero Glatze, che crede nella Bibbia. Bisogna essere etero per andare in Paradiso, e lui voleva andare in Paradiso.
Secondo Franco: «L’attivismo lo aveva esposto così tanto che evidentemente Michael sentì il bisogno di ripetere lo stesso fervore, al contrario. Ha rinnegato pubblicamente la sua vita precedente, pensando di diventare un altro modello, invece i suoi messaggi si dimostrarono odiosi. Non era una persona a disagio con la sua omosessualità. Non era mai stata un problema finché non cominciò a credere ad altro. Non è un film sull’omosessualità, è sulla fluidità dell’identità».
E Franco ne sa qualcosa. Attore, regista, scrittore, pittore, insegnante, Instagram-dipendente, twittatore seriale: «Per me tutto è connesso, sono orgoglioso di riuscire ad entrare in qualsiasi film. Non conformo il film a me, sono io che mi conformo al tono e al sapore del film. In “The Interview” spingevo il mio personaggio oltre i limiti, per vedere dove poteva arrivare, in “I Am Michael” lo faccio in modo più sottile».
Uno finisce in commedia, l’altro in tragedia. Alcuni “dogmi” di Glatze sono stati edulcorati in quanto troppo omofobici. Folli. Quando l’amico gli confida che vuole fare l’astronauta, lui risponde (e lo fece davvero): «Non andare troppo lontano nello spazio, altrimenti ti imbatterai in Lui».
Franco, dopo un giorno sul set, era diventato biondo platino, poi castano, poi etero. L’arco è graduale per lo spettatore e lui mostra una grande versatilità. Se gli chiedi di “The Interview”, risponde che è un “gran film”: «Purtroppo, con tutto quello che è successo, la gente rischia di dimenticarlo, non lo giudica con lucidità. Noi sapevamo sin dall’inizio che non stavamo facendo una semplice commedia. E’ triste che il capo espiatorio sia stata Amy Pascal della “Sony”. Era una grande dirigente ed è una vergogna».
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