DAGOREPORT – ANCHE NEL MOVIMENTO 5 STELLE TIRA UNA BRUTTA CORRENTE: L’EX MINISTRO DELLO SVILUPPO…
LO STREAMING DEI GIUSTI – IL 20 FEBBRAIO ARRIVA SU HBO MAX “PORTOBELLO”, BELLISSIMA MINISERIE DIRETTA DA MARCO BELLOCCHIO CON FABRIZIO GIFUNI CHE DIVENTA ENZO TORTORA, CON TANTO DI CALATA GENOVESE - RILETTA OGGI, GRAZIE ALLA GRANDE RICOSTRUZIONE DEI DUE PROCESSI CHE SUBÌ TORTORA, LA STORIA DIVENTA FONDAMENTALE PER CAPIRE IN PROFONDITÀ LE CONTRADDIZIONI DELL’ITALIA DEGLI ANNI ’80, PORTANDOCI A DOVE SIAMO ADESSO. CON TANTO DI SCONTRI CONTINUI CON LA MAGISTRATURA, CHE SEMBRANO SEGNARE TUTTI I NOSTRI ULTIMI ANNI. E CHE POTREBBERO ESSERE LETTE MALE IN QUESTO MOMENTO PARTICOLARE LEGATO AL REFERENDUM.. - VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
“Dove eravamo rimasti?” si chiede Enzo Tortora riprendendo il suo posto da conduttore di “Portobello” in Rai nel 1987 dopo tre anni di follia che lo hanno visto incarcerato, colpito da un’accusa infamante di affiliazione alla Nuova Camorra Organizzata di Cutolo, e di spaccio di cocaina per il bandito Francis Turatello, che lo farà condannare a dieci anni di prigione e infine liberato in appello dopo un anno come se niente fosse accaduto.
Ma sappiamo bene che, massacrato nel fisico e nel morale, morirà solo un anno dopo, nel 1988. E noi, dove eravamo rimasti? Ecco. Alla fine delle prime due puntate di “Portobello”, bellissima miniserie diretta da Marco Bellocchio, presentata a Venezia lo scorso settembre e in onda dal 20 febbraio su HBO Max.
portobello di marco bellocchio 1
La visione delle altre quattro puntate, girate con la stessa cura e lo stesso sguardo cristallino da Bellocchio, che iniziano con la passione di Tortora in carcere e seguitano nel suo lungo processo, completa l’ambizioso progetto prodotto dai fuggiaschi di Freemantle Mieli e Gianani per Our Film, Simone Gattoni per Kavac Film, Annamaria Morelli per The Apartment, Arte, HBO, interpretato da un Fabrizio Gifuni che dopo essere stato Moro, Comencini, e non so quanti altri padri della patria, diventa qui Enzo Tortora con tanto di calata genovese e aria da vecchio attore della Baistrocchi, cosa che solo i genovesi possono capire.
“Cosa c’è che non va nei buoni sentimenti?” si chiedeva nelle prime puntate il Tortora-Gifuni puntando subito il dito su quello che negli anni ’80 dava più noia al pubblico più colto e politicizzato della nostra tv. I buoni sentimenti. Erano quelli che avevano permesso a Tortora di raggiungere tutte le case italiane spargendo melassa e sorrisi. Un po’ Giletti un po’ Maria De Filippi, Tortora aveva un suo pubblico fedele che i ventenni e gli intellettuali del tempo detestavano. Come detestavano lui.
fabrizio gifuni in portobello 2
Al punto che quando entrò, per sbaglio, per caso, per malignità, dentro al meccanismo assassino della guerra tra cutoliani e ex-cutoliani, accusato da questi ultimi, capitanati dallo psicopatico Giovanni Pandico, qui Lino Musella, dal killer (67 omicidi) Pasquale Barra, qui Massimiliano Rossi, e dal mitomane Gianni Melluso detto Gianni il Bello, non solo, complici le tante trame degli anni di piombo, le accuse contro di lui sembrarono credibili, ma la sua stessa agonia carceraria, dopo quella di Walter Chiari, finì addirittura nell’indifferenza.
Salvo venir recuperato, dopo Toni Negri, che se ne servì per espatriare in Francia, dall’offerta di Marco Pannella, qui Tommaso Ragno, di candidarsi con i Radicali alle Europee e ottenere l’immunità parlamentare.
fabrizio gifuni in portobello 1
Riletta oggi, grazie alla grande ricostruzione dei fatti e del processo, anzi dei due processi che subì Tortora, con il coinvolgimento di una serie di sceneggiatori, Stefano Bises, Peppe Fiore, Giordana Mari e di attori di grande talento e fiducia, come Paolo Pierobon come avvocato Dall’Ora, Alessandro Preziosi come giudice Fontana, Fausto Russo Alesi come perfido procuratore, Irene Maiorino come la testimone chiave Nadia Marzano, Tommaso Ragno come Marco Pannella, perfino Valeria Marini come Moira Orfei (momento stracult) oltre a Barbora Bobulova come la sorella Anna, Romana Maggiore Vergano come la giovane fidanzata, Gianfranco Gallo come Raffaele Cutolo “o professore”,
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la storia del Caso Tortora diventa fondamentale per capire in profondità le contraddizioni dell’Italia degli anni ’80, che uscendo dagli anni di piombo, si apprestava a celebrare tra i lustrini della tv berlusconiana e l’inizio della stagione dei pentiti canterini di mafia e camorra, la fine della Prima Repubblica e l’inizio del Berlusconismo portandoci a dove siamo adesso.
Con tanto di scontri continui con la magistratura, che sembrano segnare tutti i nostri ultimi anni. E che potrebbero essere lette male in questo momento particolare legato al referendum. Nelle prime due puntate di “Portobello”, avevo scritto, troverete la migliore ricostruzione storica mai vista della tv, della Rai e delle private (Antenna 3!) del secolo passato, gli anni che vanno dal 1977 al 1983, degli studi, dei backstage, di come erano costruiti i programmi.
E in generale credo che sia un po’ una vergogna che la serie non sia stata prodotta dalla Rai, anche se c’è una piccola partecipazione. Anche perché la macchina cinema che sostiene da una ventina d’anni tutta l’ultima produzione di Bellocchio è qui interamente dispiegata, la fotografia di Francesco Di Giacomo, il montaggio di Francesca Calvelli, scenografia e arredamento, questi attori magnifici che Bellocchio si porta dietro da film a film.
Non ci sono gli errori e le grossolanità di tanta fiction Rai (penso al disastro di “Carosello che passione”). Insomma, è un piacere veder trattata con quella strepitosa alchimia di autorialità, intelligenza narrativa e artigianato d’alta classe che il cinema di Bellocchio del 2000 possiede, una storia celebre di mala-giustizia, ma anche di grande tv popolare del secolo scorso.
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“Portobello” di Tortora era arrivato a 27 milioni di spettatori. Perfino il favoloso coro finale di Jesahel dei Delirium, che lì per lì pensiamo sbagliato come tempi, è un brano del 1971, è giustificato dalla totale genovesità del gruppo, cantato da Oscar Prudente e Ivano Fossati. E la ricostruzione della scena, di tv stracultistica, di Paola Borboni, interpretata da Francesca Benedetti, a lei - nel frattempo scomparsa - è dedicata la seconda puntata, che fa dire “Portobello” al pappagallo Manuel, è precisa.
Magari meno il simil Giucas Casella, che stava a Domenica In e non a Portobello, che fa “intrecciare le dita” come diceva Villaggio al pubblico a casa. Ma è una variazione che possiamo accettare. Anche perché vediamo rimesse in scena, con rigore, la sigla di Sandro Lodolo con la canzoncina dei Ricchi e poveri, il lancio del programma della annunciatrice, il passaggio dal bianco e nero al colore.
Raramente, proprio dalle serie e miniserie televisive la stessa tv è stata così rispettata. Bellocchio e i suoi sceneggiatori iniziano la storia da lontano, dal grande successo di “Portobello” nel ’77 e dal fastidio che questo provoca ai primi hater dei personaggi popolari della tv.
Tortora è preso di mira dallo svitatissimo Giovanni ‘o pazzo, un ottimo Lino Musella, affiliato della famiglia camorrista di don Raffaele Cutolo, Gianfranco Gallo, che in galera, tra l’Isola d’Elba e Poggioreale, fa lo scribacchino del Professore. Giovanni ’o pazzo ha preso di mira Tortora. Gli scrive lettere minatorie col nome di un indranghetista, Domenico Barbaro, ma solo quando si dissocerà da Cutolo e da infame farà i nomi di tutti gli affiliati, legherà alla camorra e al traffico di droga per puro sfregio l’innocente Tortora, che verrà travolto da uno scandalo che nei primi anni ’80 dividerà l’opinione pubblica.
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In un’Italia ancora segnata dagli anni di piombo e funestata da una lotta armata ormai allo sbando dove, per salvarsi la pelle, il modo più facile era fare nomi su nomi che avrebbero inguaiato gente anche innocente, Tortora, coi suoi toni da bravo borghese di destra (“ma si può essere liberale? O sei comunista o sei democristiano!”), precipita dal successo della prima tv a colori della Rai e dalla frenesia delle private, era tra i fondatori di Antenna 3, nell’inferno della galera, dei delatori, dei brigatisti traditi, dei pentiti di camorra fin troppo canterini e di una serie di giudici che non riescono a accettare di aver sbagliato e perseguono un innocente.
E’ lì che Bellocchio trasforma, e la parte di agonia processuale lo confermerà, il suo Tortora, protagonista della tv degli anni ’80, in un martire di un’Italia sommersa e pericolosa, viene citato il “Galileo” di Liliana Cavani, che proprio quella tv aveva provocato per uscire allo scoperto. E la sua discesa agli inferi della giustizia italiana coincide con la prima stagione dei pentiti e la gran confusione che questo provoca.
Ma prima di entrare nel vivo della guerra tra clan camorristici, tra cutoliani e ex-cutoliani, dissociati e irriducibili, con tanto di ramificazioni possibili nella stessa magistratura (Bellocchio non lo dice, però…), i primi a rivoltarsi contro Tortora, a vederlo come un traditore sono i suoi stessi spettatori.
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Per raccontare tutto questo, l’Italia dei pentiti di camorra e di lotta armata, del sogno non solo berlusconiano della tv degli anni ’80, della coca e dei grandi ascolti populisti, l’Italia del terremoto e delle faide per la ricostruzione, gli effetti di Cernobyl e la vanità della magistratura che non accetta l’idea di aver sbagliato, delle prove generali per i casi Garlasco, non ci poteva essere miglior regista di Bellocchio, che negli anni del caso Tortora era alle prese con le contraddizioni della borghesia di “Salto nel vuoto”.
Le contraddizioni della società dello spettacolo qui portano alla distruzione di un personaggio pubblico, che da un giorno all’altro passa dallo schermo della tv alla scena della prigione e del processo pubblico. E l’unico a capirlo e a tendergli una mano è un politico che ha già puntato tutto sullo spettacolo, cioè Pannella.
Le contraddizioni del Caso Tortora sono le stesse che porteranno all’infedeltà del pubblico verso i partiti, verso la politica, allo scoppio di Mani pulite, alla fine di Craxi, al populismo di Berlusconi, all’Italia della Meloni. Che non è tanto diversa dall’Italia di Portobello.
hbo max portobello fabrizio uni ph anna camerlingo
Rispetto alla compattezza delle prime due puntate trovo che le ultime quattro, che giocano quasi per intero le carte del processo e del carcere, un po’ fuori dalla tv e dalla famiglia, sono costruite per grandi momenti attoriali, penso ai numeri di teatro di Pierobon, di Alesi, di Preziosi, di Musella, di Rossi, anche di new entries come Irene Maiorino e Salvatore D’Onofrio come il giudice dell’appello. Ma non cambia certo l’intera impostazione della serie né la grande architettura del racconto che Bellocchio tiene in mano. Dal 20 febbraio su HBO Max.
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PORTOBELLO - LA SERIE DI MARCO BELLOCCHIO SU ENZO TORTORA
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