
DAGOREPORT - CERCASI DISPERATAMENTE TALE MELONI GIORGIA, DI PROFESSIONE PREMIER, CHE DEFINIVA…
Malcom Pagani per "il Fatto Quotidiano"
Il commento fuori campo di Bernardo Bertolucci. La sua erre: "Lui l'ha sollevata in un modo nuovo e le ha infilato una mano tra le cosce". Marlon Brando e Maria Schneider a schermo pieno. Giulio Andreotti nel suo studio di San Lorenzo in Lucina, all'ombra del crocifisso di Guido Reni, a guardare tra i roveti i fotogrammi sgranati di un ultimo tango senza rose. Contro il muro. Sul tappeto. Di rabbia e di piacere. A tutto volume.
Piano sequenza di una celebre stanza parigina intervallato dai baci di Brando a Eve-Marie Saint in Fronte del Porto. E lui, il divo, spettatore di altri divi, con le smorfie a tempo e la parola in sincrono: "Non discuto gli aspetti artistici, ma la descrizione del regista mi fa pensare a quello che con un certo disagio ho visto visitando qualche allevamento di razze equine, alla santificazione della monta taurina". A infliggere dannazioni o dare ironiche benedizioni: "Comunque adesso Marlon Brando è morto , lasciamolo in pace".
A ridere, cambiando d'abito di scena, nel corso di 21 incontri con Tatti Sanguineti immaginati nell'autunno 2002 e girati per un anno, dalla primavera successiva al princìpio del 2004. In maglietta o in doppio petto, ripercorrendo in 50 ore di intervista filmata, ora diventati tre capitoli da un'ora e mezza, ruolo, oneri e simbolismi dei suoi 28 anni. Sottosegretario allo Spettacolo con deleghe multiformi dal maggio 1947 al gennaio 1954, prima di giurare da presidente del Consiglio per sette volte e da ministro per 26.
Un'autobiografia sotto mentite spoglie, rara e preziosa. La nascita di una nazione. Il volo a ritroso, geometrico e consequenziale, in una memoria collettiva più divisa che condivisa, orchestrata da una sfinge che a detta di Rodolfo Sonego (l'inventore di Sordi, lo sceneggiatore di De Sica, Monicelli e del Risi migliore, su cui Sanguineti prepara per Adelphi un volume in libreria a dicembre) "forse artigliò da censore cinque film, facendone produrre sicuramente non meno di cinquemila". Giulio era l'uomo falco "muto come un pesce" cantato da Venditti. Il politico votato "per natura" a negare e a negarsi. Con Sanguineti, sorprendentemente, si apre.
Accetta la partita a scacchi giocata sulla reciproca preparazione. La desacralizzazione di se stesso in una confessione pubblica sull'età acerba. La celluloide, i primi passi nelle istituzioni, l'edificazione dell'Andreotti più noto. Di fronte a Giulio, la curiosità non di rado impudìca del curatore. Il processo educato, ma senza indulgenze dello storico Sanguineti. Andreotti studia con lui le carte, i resoconti stenografici d'epoca, le lettere scritte di suo pugno a produttori, autori, attori ed esercenti.
Confuta i dati, ammette, spiega, controbatte come se fosse in una di quelle aule di giustizia che lo hanno appena condannato a 24 anni come mandante dell'omicidio Pecorelli. Non rallenta neanche nella curva più cieca dell'esistenza, Andreotti. Anzi.
Nell'occasione che le luci sbiadite della prima ribalta giovanile riaccendono, nel bianco e nero delle settimane Incom e dei magnifici repertori dell'Istituto Luce che lo vedono alternativamente riaprire Cinecittà , camminare su un set o arringare torme di ciociari in compagnia di Silvana Pampanini: "Una volta a Sora quasi la sbranano", ritrova i colori per sollecitare una memoria liberata dagli affanni della cronaca.
Il grand commis di genio travestito da questurino, il garante di un faticoso equilibrio tra sacro e profano, il custode del pericoloso universo dei sogni che De Gasperi definiva sprezzante: "La vostra lanterna magica" è in un documento straordinario. Un lavoro di ricerca durato un decennio (con Sanguineti, appena premiato con il Flaiano per il programma Storie di cinema in onda su Iris, divide il merito il più abile ricercatore del sommerso della pellicola su suolo patrio, Pier Luigi Raffaelli).
Un'impresa non dissimile da una romanzesca ossessione di Dürrenmatt, ancora scandalosamente inedita. Della sapienza cinefila di Sanguineti e dei lampi non sempre paradisiaci di Belzebù nell'Italia del secondo dopoguerra, infatti, i poveri diavoli del condominio Rai non intuiscono il valore.
Prodotti che darebbero senso al canone vengono colpevolmente ignorati e così, le miracolose finezze dialettiche di Andreotti: "Lei mi domanda di una pressione del Vaticano volta a osteggiare il Diavolo in corpo di Autant-Lara, ma Vaticano è un termine un po' vago, si va dal Papa ai sampietrini", la simpatia reciproca tra il vecchio professore e il moloch, le rivelazioni private di un padre costituente precipitato per caso tra macchinisti e carrelli, rischiano di restare invisibili.
Possibile, Sanguineti?
Se penso a come sono stato trattato da alcuni alti dirigenti della Rai, alle promesse vane e alla porte chiuse senza una spiegazione, mi sento male. Se il servizio pubblico, troppo impegnato con Fazio, Crozza, Caschetto e con tutte le stronzate della fiction cattopoliziesca, non ritiene di dover acquistare il materiale, poco male. Io parto. Il film lo faccio vedere lo stesso.
Sporco, con il time code in sovrimpressione e la sua nuda magnificenza. Faccio un giro d'Italia. Cento piazze. Promesso. Mi sono sentito suggerire cose atroci: "Ahò, a Tatti, nun t'agità , questo è l'assegno tuo, quando muore Andreotti diventi ricco". Mi rifiuto di ragionare da becchino, ho sopportato tutto questo solo per rispetto nei confronti di Giulio Andreotti.
Quindi?
Il lavoro per cui Andreotti si spese e che avrebbe desiderato vedere più di ogni altra cosa, è fermo da anni. Sono stanco, arrabbiato, disgustato e indebitato.
Voleva arricchirsi su Andreotti?
Volevo capire. C'è un buco nero di senso, nella storia del cinema italiano, una voragine dal post 25 aprile ai primi anni 50 che neanche il filologo più attento riesce a illuminare. Quando andai a trovare Rodolfo Sonego gli domandai il perché e lui, secco, fece il nome di Andreotti: "Devi andare da lui, le cose non sono andate come le hanno raccontate".
Andreotti non recitò da censore?
Andreotti fece ripartire il cinema dedicandogli attenzioni che nessuno, dopo di lui, si impegnò neanche a sfiorare. Sonego non era sospettabile di intelligenza con il nemico. Era stato capo partigiano comunista e nell'alveo del golpe De Lorenzo, da numero 8 della lista di sovversivi da incarcerare, gli era stato riservato adeguato destino a Perdas de Fogu, tra capre e cavalli di frisia. Seguii il consiglio e iniziai a interrogarmi su come raggiungere il senatore a vita.
Difficile?
Mi suggerirono chiunque. Una corte dei miracoli che andava da Leccisi, il trafugatore della salma di Mussolini, alla contessa Cazziduri. Mi arresi e capii che se mi fossi fatto "raccomandare" da qualcuno avrei contratto un debito inestinguibile. Mi sarei stretto un cappio al collo. Feci da solo. Cercai un piccolo finanziamento per pagare una troupe leggera. Me lo concesse il Mibac, grazie a Gaetano Blandini, figlio di un funzionario statale vicino a Mario Scelba. Poi rimediai il numero del presidente. Telefonai. Me lo passarono.
E lui?
Felice. "Venga, certo, ma lo sa che non me lo ha mai chiesto nessuno?". Lo sapevo. Mi mise in contatto con Lina Vido, la sua ultima segretaria, una donna di simpatia contagiosa, una vera, divertita complice nell'avventura del film. Mi telefonava furtiva: "Dottore, sabato non può mancare, il senatore ha la mattina libera". Un anno fa, poco prima di morire la signora Vido mi offrì i suoi risparmi, 50 mila euro, per concludere l'opera. Gesti che non si possono dimenticare.
Andreotti non cercò di aiutarla?
"Non mi chieda di promuoverlo, non voglio dare in alcun modo l'impressione di favorire qualcosa che mi riguardi", disse. Tornai alla carica ai tempi del Divo di Sorrentino. "Presidente, se volesse riconsiderare la sua posizione, il momento sarebbe questo". Lui non rispose. E così, istituzioni statali che senza Andreotti sarebbero morte 50 anni fa, finanziarono il film su Andreotti-Topo Gigio.
Di cosa avete discusso lei e Andreotti?
Della sua prima modestissima infanzia, delle gite familiari a Ostia e dei tempi in cui per guadagnare due lire, faceva la claque all'Eliseo. Delle "signorine" pretese per la notte dallo scià di Persia Reza Pahlavi atterrato al Festival del cinema, con il prefetto di Venezia terreo che balbetta e quasi sviene: "Eccellenza, di queste cose si occupa il questore". Del rogo della Minerva film in via Palestro e dei suoi 23 morti: "Sono certo fosse doloso", dice Giulio. Dello sgombero dolce degli sfollati di Cassino da Cinecittà senza un solo colpo di manganello, dei viaggi americani, della fine di Marilyn Monroe e di moltissimo altro.
Anche di Marilyn?
Andreotti non mi hai mai detto "su questo dato argomento preferisco tacere". La risposta su Marilyn lo fece soffrire. Chiuse gli occhi, mi lanciò uno sguardo che prometteva ripicche e sibilò: "Di certo... non è morta di vecchiaia".
Marilyn interpreta Niagara proprio durante l'ultima stagione dell'Andreotti sottosegretario.
Amò il film e andò di persona sul luogo. Le cascate viste dal battello lo colpirono molto. Un'americanata. Nelle foto con Italo Gemini ride nella cerata nera. Negli Stati Uniti viaggiò 102 volte. In occasione della prima, pur di non mancare l'appuntamento con le Niagara Falls, marinò una visita a Washington.
Dal suo lavoro emerge la figura di un Andreotti sconosciuto. Mai visto.
Quando a 28 anni arriva al ministero, capisce una cosa fondamentale: da solo non può farcela. à attaccato da destra, dagli integralisti cattolici che lo accusano di avere manica troppo larga e da sinistra, dove è descritto da burocrate colluso, da censore dei panni sporchi da lavare in famiglia. à molto più spiato che spione e in realtà , ha verso la materia un approccio pragmatico. Rispetta i finanziatori perché sa che il cinema costa e diventa maestro della trattativa preventiva.
Analizza i copioni, suggerisce le migliorie, appiana le controversie prima che la macchina produttiva si sia messa in moto. Andreotti dà al cinema la sua prima legge, tassa il Totocalcio per finanziarlo, nazionalizza le scommesse e in definitiva, della missione culturale è convinto apostolo. Senza il suo intervento con il ministero della Difesa per far distaccare 20 mila alpini e permettere a Monicelli di girare il suo capolavoro, De Laurentiis non avrebbe mai prodotto La grande guerra.
Dino De Laurentiis era in buoni rapporti?
Ottimi. Qualche contrasto c'era stato invece con Carlo Ponti. Il motivo è presto detto. à sempre meglio un napoletano un po' guappo che un milanese super taccagno. Non a caso, Andreotti che aveva una libido e una grande curiosità del corpo delle donne, era molto più amico della Lollo che di Sophia Loren
Con Dino De Laurentiis era in buoni rapporti?
Ottimi. Qualche contrasto c'era stato invece con Carlo Ponti. Il motivo è presto detto. à sempre meglio un napoletano un po' guappo che un milanese super taccagno. Non a caso, Andreotti che aveva una libido e una grande curiosità del corpo delle donne, era molto più amico della Lollo che di Sophia Loren.
Andreotti allunga le sue leve anche su Quo Vadis?
Lo testimonia un fitto epistolario con Pacciardi. Andreotti era convinto fosse un'opportunità da non perdere. "Per l'Italia Quo vadis fu più importante del piano Marshall" giura. Bisogna considerare che l'uomo più cinegiornalizzato d'Italia dopo il Duce, non appariva in pubblico solo per vanità o presenzialismo. C'era perché, partendo da zero, aveva veramente fatto tutto lui. Gli americani avrebbero chiuso tutto e buttato via la chiave. Ma Andreotti reagì dando impulso alla ripresa della produzione. Non si poteva vivere di sola letteratura. Come sosteneva Montanelli: "De Gasperi parlava con Dio, Andreotti con il prete".
A volte la forbice lascia spazio alla creatività .
Avviene per le Olimpiadi di Londra del '48, le prime dopo le parate naziste nella Berlino del 1936. Si richiede il visto censura per il film Road to glory che risente dei rapporti di forza postbellici e che in un'orgia sciovinista concede ai Paesi del Commonwealth decine di minuti, ignorando l'Italia dall'inizio alla fine. Eravamo solo dei vinti.
Andreotti che fa?
Si incazza. Presiede la riunione e boccia il documentario. "La visione di questo film può suscitare malcontento e problemi di ordine pubblico". Poi invia il fedele Nicola De Pirro, il funzionario che lo accompagna negli anni da sottosegretario allo Spettacolo e che, a riprova di una certa elasticità , definirà "gran distributore di Vaselina", nelle brume di Londra. Il suo compito è acquistare materiale sulle Olimpiadi in cui si veda uno straccio di maglia azzurra. De Pirro torna, il film viene rimontato e Andreotti, da quel momento, inizia a lavorare per le Olimpiadi del '60 a Roma.
Di cui presiederà il comitato organizzatore.
Disegnerà l'ultimo civile piano urbanistico della città , come 13 anni prima, quando Montini lo segnalò a De Gasperi, aveva dipinto una disciplina del settore in cui alleggerire i contrasti di un Paese nel quale la continuità tra il regime fascista e la Repubblica, rappresentava un pericolo quotidiano.
Non a caso Andreotti non permette che vengano girati film che si occupino del Ventennio perché per rinascere, bisogna pacificare gli animi e spegnere i conflitti. Disciplina molti ambiti della censura. Si occupa di tette, culi, politica e sacrilegi, ma al centro della sua politica, in un contesto disperato, ha un obiettivo concreto. Unire e non dividere. Sa cosa dice quando gli chiedo dell'ostracismo nei confronti dei film russi?
Cosa, Sanguineti?
"I film russi non avrebbero mai potuto darci il cappotto". Ma quando il maccartismo vorrebbe negare il visto ai nostri registi per andare negli States e Rossellini è visto come un cocainomane poligamo, si batte come un leone e scrive lettere durissime per far decadere "questa pratica grottesca".
Nel suo film ci sono filmati dimenticati.
La prima missione veneziana di Andreotti in cui, maldestro, con un colpo da neofita, distrugge il tappeto da biliardo della Prefettura a Palazzo Labia e i consigli di De Gasperi prima della partenza: "Portati Livia e mi raccomando, non essere frivolo. I festival rovinano le famiglie". Ho ritrovato anche il suo primo discorso filmato. Lo rivide con me rimproverandosi: "Vede dottore, guardi, qui leggo. Non si dovrebbe mai, davanti a una cinepresa o una telecamera: è un errore grave".
C'è anche un'inedita polemica con Sordi.
L'attore aveva interpretato il compagnuccio della parrocchietta in Mamma mia che impressione e rilasciato alcune dure interviste in cui, tacciava di ambizione sfrenata Andreotti senza mai farne il nome. Faccio vedere questo materiale al presidente e lui rimane colpito. Spiega, puntualizza, rivela un lontano risentimento per lo scherno sordiano, un po' di maniera, dell'Azione Cattolica. Sordi, come anche Fellini, per Andreotti era un caro amico. Ne apprezzava la coerenza. Il rigore. Il fatto che da attore famoso, non fingesse di essere di sinistra.
Vi siete divertiti insieme?
Non sa quanto. Io gli raccontavo delle stagioni ribalde di Venezia, quando con Lizzani, in piena anarchia libertaria, organizzai alcune magiche edizioni del Festival. Tra le mille cose, mi dissero di stare attento a Glauber Rocha. La Biennale copriva solo parzialmente gli extra e il regista brasiliano dimenticava il Leone sfumato bevendo assai.
Da Fassbinder in giù, l'aneddotica sulle fughe notturne dagli alberghi del Lido dei cineasti insolventi era vastissima. Glauber non aveva vinto nessun premio e si aggirava scalzo in laguna, con la camicia aperta al quarto bottone, bestemmiando geremiadi di insulti contro la giuria. Suso Cecchi D'Amico era la dattilografa di Visconti, il critico Michel Ciment un uomo della Cia e Gillo Pontecorvo, naturalmente, una spia sovietica. Pagammo il conto di Glauber e lo rimettemmo su un aereo. Il senatore rideva.
Come vi siete salutati?
Con una granita fatta arrivare dal bar. In quelle 50 ore, Andreotti ci aveva donato il suo scrigno. Noi un biglietto di sola andata verso le fantasie dei suoi 30 anni. Facendogli rivivere quelle domeniche in cui con Livia, Giulio Onesti e sua moglie, andava a Palazzo Balestra per vedere un film. Due coppie di giovani sposi. Il cinema. Il giorno di festa officiato con un occhio al domani, un altro al lavoro e la dovuta attenzione di sempre agli affetti familiari. Andreotti puro. Anche nel piacere.
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