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LA VENEZIA DEI GIUSTI - “JAY KELLY”, IL FILM DI NOAH BAUMBACH CON GEORGE CLOONEY, FUNZIONA PERFETTAMENTE NELLA PRIMA PARTE, QUELLA AMERICANA. TUTTA LA MACCHINA INIZIA A SCRICCHIOLARE QUANDO L’AZIONE SI SPOSTA A PARIGI E POI A PIENZA, DOVE DIVENTA UNA FAVOLA SUL CINEMA QUASI INDIFENDIBILE - TRA REALISMO, IN AMERICA, E FINZIONE, IN EUROPA, FINISCE CHE IL PRIMO A NON CAPIRE PIÙ DOVE SIAMO È PROPRIO IL SUO ATTORE PIÙ FORTE, GEORGE CLOONEY, CHE DOPO ANNI IN IALIA DOVREBBE AVER CAPITO COME È FATTO IL PAESE… - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

 

george clooney jay kelly

In una delle scene migliori di “Jay Kelly” diretto da Noah Baumbach che lo ha scritto assieme a Emily Mortimer, passato oggi in concorso a Venezia, il Jay Kelly, celebre star protagonista, interpretato da George Clooney, chiuso nel bagno di un vagone di seconda classe che da Parigi porterà il nostro protagonista a Pienza (possibile…?) si guarda allo specchio inizia a confrontarsi con i grandi nomi del passato.

 

Gary Cooper… Clark Gable… e Jay Kelly… Devo dire che il Jay Kelly di George Clooney, star ultraviziata di Hollywood coccolato dal suo amico-manager Ron, Adam Sandler, e da mille truccatrici, parrucchiere, cuochi, segretari, è una bella invenzione.

 

greta gerwig george clooney jay kelly

Che funziona perfettamente nella prima parte americana del film. Quando la star del cinema deve fare la star sul set di un film, o confrontarsi col suo staff, o parlare con il vecchio amico, Billy Crudup, al quale ha rubato la parte che darà il via alla sua carriera e la ragazza o quando va a trovare il regista che lo ha lanciato, un grande Jim Broadbent.

 

Tutta questa macchina inizia a scricchiolare quando l’azione dall’America si sposta a Parigi e poi, via treno di seconda classe, a Pienza per un piccolo festival dove una serie di buffi italiani (ma perché devono essere sempre buffi gli italiani?), cioè Giovanni Esposito, Alba Rohrwacher e Galatea Ranzi, hanno invitato Jay Kelly per un omaggio alla carriera che sembra più un Leone d’Oro veneziano.

 

jay kelly

Insomma. L’idea di Baumbach dell’Italia e del nostro cinema, anche se io non la percepisca così, è favolistica, anni ’50. E’ un regista che conosce il nostro cinema e voleva dipingere un’Italia fuori dal tempo. Sarà…

 

Detto questo, finché il film sul mondo del cinema rimane nel mondo di Hollywood, con i figli che non sopportano i genitori, gli agenti che inseguono come bambini le star, diciamo che il film è anche divertente. Come può esserlo una puntata di “The Studio” di Seth Rogen, diciamo.

 

george clooney jay kelly

Ma quando si arriva in Europa il film diventa una favola sul cinema quasi indifendibile. E i buoni attori chiamati, finiscono nel macchiettismo da filmetto invernale di Netflix (scordavo che anche questo è prodotto da Netflix…). Il povero Lars Eidenger, ottimo attore tedesco di teatro e cinema, fa il ciclista ladro che ruba la borsetta a una vecchia signora e scappa dal treno in aperta campagna rincorso da Jay Kelly in una delle scene più assurde e senza senso che abbia mai visto in un film in concorso a Venezia. Magari esagero e non capisco che è volutamente assurdo.

 

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Ma il montaggio dei film di Jay Kelly è un frullato di immagini fatte con l’AI terrificante. E avrei da dire anche sul vecchio Stacy Keach, protagonista di “Fat City” di John Huston, come padre di Jay Kelly chiamato a Pienza per il premio del figlio, che gli piglia un coccolone dopo aver mangiato gli “spaghetti alla bolognese”.

 

Così torna a casa. La premio Oscar Greta Gerwig, moglie di Baumbach, si limita a far la moglie di Sandler. Si salva, come si salvano Laura Dern, Riley Keough, Eve Hewson, tutte isolate in piccoli ruoli simpatici. Tra realismo, in America, e finzione in Europa, finisce che il primo a non capire più dove siamo è proprio il suo attore più forte, George Clooney, che dopo anni in Italia dovrebbe aver capito come è fatto il paese. 

  

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