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Lorenzo Cremonesi per il "Corriere della Sera"
«Non abbiamo più munizioni. Entro 48 ore saremo costretti ad abbandonare Aleppo se non riceveremo aiuto. Come possiamo combattere a mani nude?», ci aveva dichiarato disperato due giorni fa Abu Gheif, uno dei capi delle milizie che difendono Aleppo. La sua predizione sta diventando realtà . Ieri sera, dopo una lunga giornata di combattimenti, molti tra i rivoluzionari armati hanno iniziato a ripiegare verso nord e il confine con la Turchia.
Lo loro strategia mira a creare terra bruciata di fronte all'avanzata delle truppe lealiste. Vorrebbero portare via con loro larga parte della popolazione ancora rimasta nella città devastata (si parla di oltre due milioni di persone). I comandanti ribelli segnalano circa 200 mila profughi in movimento attorno alla città , potrebbero aggiungersi ai quasi 50 mila in Turchia.
Sin da ieri mattina le truppe corazzate di Assad hanno cercato di penetrare in particolare il quartiere di Salahaddin, una delle più importanti roccaforti della guerriglia, che approfitta del dedalo di viuzze e bastioni medioevali per fermare i mezzi blindati. Poco prima di mezzogiorno la tv di Stato dichiarava di aver ripreso il controllo del quartiere e ucciso «dozzine di terroristi».
Ma nel pomeriggio la situazione è apparsa ancora confusa. I capi della guerriglia sul posto hanno ribadito che in verità i loro uomini erano ancora a Salahaddin, anzi stavano contrattaccando. «Dopo un'ora e mezzo di battaglia, abbiamo ripreso tre delle cinque strade che avevamo perduto», ha dichiarato uno di loro, Wassel Ayub.
In serata però la loro sorte appariva segnata, con le forze lealiste in piena offensiva sostenute da artiglierie e mezzi blindati. Combattimenti sanguinosi si stanno svolgendo anche nella cittadina di Eriha, sulla strada dove transitano i convogli che portano rifornimenti ai lealisti di Aleppo. Una fonte locale ci ha segnalato quasi 25 morti, la maggioranza civili, in due giorni di bombardamenti.
L'Iran nel frattempo conferma il suo pieno sostegno a Bashar Assad. Su questo fronte resta incerta la sorte dei 48 cittadini iraniani rapiti sabato scorso in prossimità dell'aeroporto di Damasco. La novità è che ieri lo stesso ministro degli Esteri di Teheran, Alì Akbar Salehi, ha ammesso che tra loro ci sarebbero un certo numero di uomini della Guardia rivoluzionaria (noti come Pasdaran) e militari. Però sarebbero tutti «pensionati», non più attivi. In un primo tempo i portavoce iraniani si erano limitati a sostenere che i rapiti erano puri e semplici «pellegrini».
Ora la tesi del pellegrinaggio viene ribadita, ma cambia l'identità dei sequestrati. Da parte loro i ribelli erano stati molto netti. «Altro che pellegrini innocenti! Abbiamo catturato Pasdaran iraniani venuti in missione esplorativa per contribuire alla causa del regime dittatoriale di Bashar Assad», avevano fatto sapere. Ai loro occhi dunque il blitz è più che legittimo.
Nel frattempo almeno tre dei rapiti sarebbero deceduti. «Sono stati uccisi dai bombardamenti dei filo-Assad», hanno rivelato. La sorte dei 45 rimasti è comunque appesa a un filo. In Siria trionfa ormai da tempo la logica della vendetta. E non aiutano gli sviluppi più recenti. Due giorni fa Teheran ha inviato in visita a Damasco un alto esponente del calibro di Said Jalili, segretario del Consiglio supremo della sicurezza nazionale, il quale ha incontrato il presidente Assad per ribadire il pieno sostegno iraniano al suo regime.
ASSAD
L'ESERCITO DI LIBERAZIONE SIRIANO AVANZA DALLA TURCHIA VERSO ALEPPO
SIRIA
SIRIA LA RIVOLTA DEI RIBELLI CONTRO ASSAD jpeg
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