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Giorgio Meletti per "il Fatto Quotidiano"
Mentre cerca di gestire una delle crisi politiche più drammatiche di sempre, Pier Luigi Bersani ha anche il problema del fuoco amico. Ieri mattina, tanto per dire, al segretario del Pd gli dev'essere preso un colpo mentre sfogliava i giornali. Su La Repubblica, nelle pagine politiche dedicate all'agonia del governo Berlusconi, compariva un ampio articolo così intitolato: "Il sistema-Sesto tocca i vertici democratici".
Nessun fatto nuovo, ma un riassunto di cose già note da mesi sull'inchiesta della procura di Monza che ha messo nel mirino l'ex braccio destro di Bersani, Filippo Penati. In particolare, il fatto più clamoroso richiamato è che l'imprenditore Piero Di Caterina ha raccontato ai magistrati che doveva avere dei soldi da Penati, il quale lo indirizzò da Bruno Binasco, manager del gruppo Gavio, che pagò come se fosse in debito con Penati.
Questa è l'ipotesi dell'accusa. Marcellino Gavio, ora defunto, era l'imprenditore che riuscì a vendere alla Provincia di Milano (presidente Penati) le sue azioni dell'autostrada Milano-Serravalle a un prezzo stellare, e che negli stessi giorni impiegò parte della sontuosa plusvalenza per sostenere la scalata della Unipol di Gianni Consorte alla Banca Nazionale del Lavoro.
Ci sono indizi e testimonianze, noti dal luglio scorso, che inducono gli inquirenti a ipotizzare un collegamento tra il sistema-Penati e i vertici dei Ds prima e del Pd poi. L'elemento concreto che chiama in causa Bersani è che fu lui, circa un anno prima dell'operazione Serravalle, a mettere in contatto Gavio e Penati.
Il segretario del Pd ha opposto con nettezza alle insinuazioni sul suo conto il proposito di trascinare in tribunale chiunque metta in dubbio la sua onestà . Eppure il caso Penati continua ad accompagnarlo come una sorta di "memento mori" continuamente evocato dalle maldicenze dei suoi avversari interni.
Ma il vero stranguglione dev'essere arrivato quando Bersani ha visto a fianco dell'articolo sul sistema-Sesto un'ampia intervista al suo predecessore Walter Veltroni, che caldeggiava un governo di transizione guidato dall'economista Mario Monti, ma non dimenticava di citare il padre nobile del Pd: "à giusto ascoltare la preoccupazione di Prodi sulla difficoltà a raccogliere fino in fondo il consenso".
Colpo basso. Prodi è stato lo scopritore di Bersani, che a sua volta è sempre stato considerato, senza mai smentirlo, il più prodiano degli ex comunisti. Ma sabato scorso, appena finita la manifestazione di piazza San Giovanni, con cui Bersani si è candidato a guidare il Paese nel dopo-Berlusconi, Prodi si è fatto intervistare, sempre da La Repubblica, e ha mollato al pupillo un cazzotto memorabile: "à una persona eccellente - ha detto - di grandi capacità , posso dirlo, è stato mio ministro, ma non riesce a âuscire'... Non è confortante leggere che, con quel che succede, nei sondaggi il Pd non riesce a crescere come ci si aspetterebbe".
Bersani, che ha sempre preferito il basso profilo, si è abituato nei due anni di segreteria a incassare insolenze di ogni tipo. Tra pochi giorni, per esempio, ricorrerà il primo anniversario di una storica frase di Massimo D'Alema, che in molti continuano a considerare il suo capo: "Bersani - scandì - può sembrare poco brillante ma è una persona seria", un giudizio altezzoso, più adatto al tonto della compagnia che al leader del tuo partito.
Ma adesso che arriva alla stretta una partita politica decisiva, il fuoco amico sta diventando sempre più insidioso. E non solo quello visibile: come disse un Prodi ineguagliabile, "volano anche polpette sotterranee".
Nel Pd ci si agita anche per partite inconfessabili. Se si fa il governo di transizione e le elezioni si allontanano, per Bersani è già pronta una cottura lenta per escluderlo dalla corsa alla premiership. Se invece l'operazione Monti non riuscisse e si votasse all'inizio dell'anno prossimo, Bersani avrebbe, nonostante tutto, buone possibilità di essere candidato premier e anche di vincere le elezioni.
Una prospettiva che a quasi tutti i maggiorenti del Pd fa venire l'orticaria. Ognuno ha un suo particolare motivo, spesso indicibile. Per esempio non è estraneo alla tensione di questi giorni l'interesse di D'Alema e Prodi per il Quirinale, quando scadrà , nel maggio 2013, il mandato di Giorgio Napolitano. Può sembrare strano, con lo spread a quota 500, ma la politica italiana è anche questo.
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