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Ugo Magri per “la Stampa”
UMBERTO BOSSI E MATTEO SALVINI
La notizia si è sparsa in un battibaleno nel pianeta berlusconiano, come se svelasse un pregiudizio di Salvini nei confronti dell’ex Cavaliere. Da quando il vecchio Bossi ha ripreso a frequentare l’amico Silvio (questo sostengono ad Arcore), la vendetta del giovane Matteo si è abbattuta implacabile.
Dalla sera alla mattina il Senatùr si è visto togliere 5 diretti collaboratori tra Milano e Roma con la motivazione che la Lega, al pari di tutti gli altri partiti, sta sprofondando tra le cambiali e dunque il personale in surplus dev’essere licenziato.
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Il taglio, va subito chiarito, non riguarda soltanto Bossi. I dipendenti destinati alla cassa integrazione sono complessivamente 71. Le cronache dei mesi scorsi hanno già dato conto delle loro proteste, che sono culminate a metà gennaio in una manifestazione proprio davanti alla sede leghista, dove hanno cambiato prudentemente un certo numero di serrature.
Rivolta inutile, tuttavia, perché i denari per gli stipendi non sono spuntati fuori. Quanti si salveranno sono al massimo una decina. Ed è in questo contesto di tagli dolorosi che nella notte tra venerdì e sabato gli assistenti del Senatùr (Giambattista, Luca, Emiliano, Marino e Andrea) hanno ricevuto una mail che li colloca in ferie con effetto immediato e, a seguire, in cassa integrazione. Bossi potrà appoggiarsi solo su Diego, un giovane militante di stanza a via Bellerio.
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Sennonché il padre fondatore della Lega non l’ha presa affatto bene. Lui cala tutte le settimane a Roma, dove rimane dal martedì al venerdì, deputato super-assiduo in rapporto alle sue condizioni di salute. Incontra alla Camera politici di lungo corso, va a cena con Tremonti e sempre più spesso si siede a tavola con Berlusconi al quale è prodigo di consigli e di affettuosi rimbrotti.
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Durante le elezioni presidenziali ha rilasciato interviste a raffica ed è andato platealmente a stringere la mano a Renzi e perfino ad Alfano, che Salvini caccerebbe a pedate dal Viminale. Ma cosa se ne fa il Senatùr di tutti quei collaboratori? Semplice: le sue condizioni di salute, mai del tutto ristabilite, richiedono che qualcuno gli stia sempre accanto, di giorno e di notte, in tre turni da otto ore. Licenziare gli assistenti, insomma, equivale nei fatti a precludergli la possibilità di frequentare la politica romana.
La Lega non ha il becco di un quattrino. Ma Bossi ci vede una malizia, di Maroni o di Salvini vai a sapere, volta a togliergli la residua agibilità politica. E così la vicenda, per quanto minuscola, è rimbalzata ad Arcore molto ingigantita.
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