CAUSA POUND - LA FIGLIA DI EZRA POUND PORTA IN TRIBUNALE IL MOVIMENTO OMONIMO DI ESTREMA DESTRA “PER ABUSO DI NOME” - MARY (NATA DA UNA RELAZIONE CLANDESTINA E OGGI SPOSATA CON UN PRINCIPINO RUSSO) SI INDIGNA, SOPRATTUTTO PER LA MANCANZA DI CLASSE: “FANNO LE RIUNIONI NEI BAR, QUESTO NON È LO STILE DI POUND!” - POI SI AVVENTURA SULLA POLITICA: “IL PENSIERO DI MIO PADRE NON ERA UN PENSIERO DI DESTRA”. MA IL POETA FU GRANDE AMMIRATORE DEL DUCE E SOSTENITORE DEL FASCISMO…

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Mario Baudino per "la Stampa"

Devono smetterla. Mary de Rachewiltz, la figlia di Ezra Pound, non ne può davvero più. Non ammette che il nome di suo padre, il grande poeta dei Cantos , il «miglior fabbro» come lo chiamò T. S. Eliot dedicandogli La terra desolata , sia usato dal movimento di estrema destra come simbolo dei suoi centri sociali. Basta con «Casa Pound», la chiamino come vogliono, ma non così. Ha intentato una causa per «abuso del nome», che verrà discussa a Roma in gennaio. L'avvocato Felice d'Alfonso del Sardo, che ne tutela gli interessi, spiega l'aspetto tecnico: «Non è un processo di taglio politico. Noi non diciamo che siccome sono fascisti non devono usare il nome di Pound. Diciamo solo che non hanno chiesto l'autorizzazione a farlo».

Fin qui l'aspetto legale. Ma c'è naturalmente molto di più, perché da almeno due anni Mary de Rachewiltz (nata dalla relazione del poeta con la violinista Olga Rudge, e sposata con l'egittologo - e principe russo - Boris de Rachewiltz) si batte per difendere il nome paterno da quella che ritiene una vera e propria violenza. La strage di Firenze del 13 dicembre, commessa da un fanatico che frequentava Casa Pound, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso?

«È stato un orrore, e l'ho sentito come un colpo durissimo anche per quanto mi riguarda. Firenze è la città dove ho studiato, e dove uomini come Giovanni Papini, Mario Luzi o Giorgio La Pira si batterono perché mio padre potesse tornare in Italia», ci dice dal suo castello di Brunnenburg, vicino a Merano, dove Pound trascorse l'ultimo periodo della sua vita.

Era stato infatti processato in America, dopo la guerra, per alto tradimento. Ammiratore di Mussolini (nei suoi versi lo chiama Ben, e parla anche di Claretta Petacci), dell'Italia e della poesia del Duecento, negli anni della guerra, quando viveva a Rapallo, si compromise con trasmissioni propagandistiche, in inglese, dirette agli americani.

Gli costarono l'arresto nel ‘45, una detenzione terribile nel campo di Coltano (tre mesi chiuso in una gabbia), e infine il processo in cui fu dichiarato pazzo, mentre in sua difesa intervenivano intellettuali e scrittori da tutto il mondo. L'odissea finì col ritorno in Italia, prima a Venezia e poi a Brunnenburg, per gli anni del silenzio, del «tempus tacendi». Detto questo, «Pound non si è mai immischiato in faccende interne italiane», sottolinea la figlia.

È stato ovviamente un'icona della destra estrema per la sua vena anticapitalista, che però affondava le radici in quella che riteneva l'originaria idea di democrazia americana. Ma «non si usa il nome di una persona solo perché ha ammirato un dittatore, che gli italiani stessi hanno poi trattato nel modo più infame possibile». E per di più in un contesto che nulla ha a che fare con lui. «Il loro slogan, a quanto mi risulta, è "ognuno ha diritto a una casa". Pound una casa in Italia non l'ha mai avuta. E non si può neanche dire che abbia aderito al fascismo. Ne era interessato, ammirò Mussolini, non gli voltò le spalle. Il suo non è un «pensiero di destra. Si opponeva al capitalismo finanziario, questo sì».

La sua celebre poesia Contro l'usura (peraltro tradotta proprio dalla figlia: «Con Usura nessuno ha una solida casa / di pietra squadrata e liscia / per istoriarne la facciata») è un'altra bandiera della destra extraparlamentare. «E certo non ne hanno colto la profondità». Mary de Rachewiltz si è imbattuta due anni fa in questo mondo, e non le è piaciuto. «È anche una questione di stile. Quando ho sentito che facevano riunioni nei bar o mercatini di Natale, mi sono detta: questo non è lo stile di Pound». E tuttavia «finché si trattava di un edificio occupato a Roma, pensai che potesse non riguardarmi. Ma quando hanno cominciato ad avere ramificazioni in tutta Italia ho capito che bisognava fare qualcosa».

Ha aspettato, fino allo scorso giugno. E si è decisa. Ora Casa Pound dovrà cambiare nome, almeno per quel che la riguarda. «Usano vecchi cliché, dicono delle tali sciocchezze. Spero proprio che in qualche modo la smettano». Pensa di riuscirci? «Guardi, tempo fa un americanista di grande valore mi disse: devi fare qualcosa. Ora lo faccio. Ma dovrebbero essere tutti coloro che hanno studiato Pound, a fare qualcosa».

 

 

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