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Federico Rampini per “la Repubblica”
È la nuova Top Ten globale e noi non ci siamo. In occasione del meeting annuo che si è tenuto a Washington, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno aggiornato le “misure” dell’economia. Usando il Prodotto interno lordo a parità di potere d’acquisto (un metodo per aggiustare i diversi livelli di costo della vita), c’è la conferma di un sorpasso annunciato: l’economia cinese in base a questo criterio è ormai passata al primo posto nel 2014, relegando gli Stati Uniti a numero due. Sul filo del traguardo: 17.600 miliardi di dollari il Pil cinese, 17.400 quello americano.
Ma ci sono ben altre sorprese in questa classifica. L’India balza già al terzo posto superando Giappone e Germania; dunque “Cindia” diventa realtà, occupa un peso dominante nei nuovi equilibri economici. La Russia e il Brasile (ora sesta e settima) superano la Francia. L’Indonesia conquista il nono posto, scavalca l’Inghilterra che viene relegata al fanalino di coda. L’Italia di conseguenza sparisce, espulsa dalla Top Ten.
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Questa classifica è arbitraria e si presta alle contestazioni. Il Pil, anche aggiustato per il potere d’acquisto, è notoriamente un indicatore controverso. I “sorpassi” che lusingano l’amor proprio delle classi dirigenti, non hanno di per sé un’influenza sul tenore di vita della popolazione. Cina e India restano “ricche nazioni piene di poveri”, con gravi squilibri interni. Resta tuttavia che la Top Ten dà la misura di una svolta storica. Tra le dieci più grandi economie mondiali la metà sono nazioni emergenti, un dato che sarebbe stato impensabile anche solo un decennio fa.
Ed è un dato che sta pesando, in questo momento negativamente, sulla ripresa globale e sui mercati finanziari. Dopo l’eterna crisi dell’eurozona, il secondo problema che affligge l’economia mondiale sono proprio i Brics (acronimo formato dalle iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica).
La caduta delle Borse nella scorsa settimana ha avuto due cause: il calo della produzione industriale tedesca, e il rallentamento delle ex-locomotive emergenti. I dati forniti dalla società Capital Economics sulle 19 principali economie emergenti indicano una frenata nella loro produzione e nei loro consumi, che li riporta ai livelli del 2009: cioè l’anno in cui i Brics subirono sulle loro esportazioni l’impatto delle recessione in Occidente.
Fra tutti pesa in modo determinante il rallentamento della Cina. Resta pur sempre locomotiva, ma il rallentamento è vistoso: dal 7,5% di aumento del Pil nel secondo trimestre, si è passati al 6,8% nel terzo. Lontani sono in tempi in cui la Repubblica Popolare cresceva del 10% annuo (erano gli anni dopo l'ingresso nel Wto), ma anche l'8% messo a segno quando l'America entrava in recessione. Ora quando frena la Cina, tutte le altre economie emergenti stanno male.
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Il nesso è forte. Perché l'economia cinese è diventata di gran lunga la più vorace consumatrice di materie prime. E gli altri membri del club dei Brics - con l'unica eccezione dell'India - sono grossi esportatori di materie prime. Ecco quindi spiegata la crisi attuale della Russia, solo in piccola parte provocata dalle sanzioni sull'Ucraina, in larga parte invece legata al calo dei prezzi del petrolio.
Anche il Brasile patisce, visto che il suo export agricolo era stato trainato dal boom di alcuni consumi cinesi (soia e zucchero). Con un'economia brasiliana che ormai sfiora la crescita zero e potrebbe perfino finire in recessione, l'impatto sull'opinione pubblica può avere un peso determinante sul ballottaggio dell'elezione presidenziale. Il Messico figura tra i produttori di petrolio presi alla sprovvista dal calo dei prezzi, dovuto alle minori importazioni cinesi. L'Opec è in pieno caos. Perfino la Federal Reserve sta chiedendosi se l'economia Usa ce la farà a continuare la sua crescita mentre tutto il resto del mondo rallenta.
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