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“DOMANI” INTERVIENE SULLA QUERELLE TRA GIORGIA MELONI E LA GRUBER SULL’ARTICOLO “IL” DAVANTI A “PRESIDENTE DEL CONSIGLIO”, COME VUOLE LA SORA GIORGIA: “LA PREMIER POTREBBE CONSULTARE UNA RICERCA SUL TEMA PUBBLICATA DA PALAZZO CHIGI NEL 1987, E TROVERÀ UN ESEMPIO CHE FA AL SUO CASO. ‘SI SCRIVE LA PRESIDENTE E NON IL PRESIDENTE PER DARE IMPULSO A UN’OTTICA CHE PARTENDO DALLA DONNA METTA IN LUCE I LATI LASCIATI FINORA IN OMBRA DALLA TRADIZIONALE OTTICA PATRIARCALE…'”
Estratto dell’articolo di Nello Trocchia per “Domani”
LA FOTO DI GIORGIA MELONI CON LA MADRE, LA NONNA E LA FIGLIA - RISPOSTA A LILLI GRUBER
Ieri la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si è irritata perché Lilli Gruber l’ha indicata come espressione di una cultura patriarcale. Lei, donna, madre, cristiana e al comando del paese. Ha reagito sui social con una punta d’ironia pubblicando uno scatto con madre, figlia e nonna e un’eloquente frase: «Come chiaramente si evince da questa foto che ritrae ben quattro generazioni di “cultura patriarcale” della mia famiglia. Davvero senza parole».
La presidente potrebbe partire dal lessico, dal frasario per capire che già quello tradisce un architrave ideologico risalente al secolo scorso. Ha iniziato la sua avventura chiedendo di farsi chiamare “il presidente” e non “la presidente”. Al maschile. Si dirà è solo forma, quello che conta sono le risposte da dare al paese.
È una menzogna, la lingua non è neutra, tradisce un ordine valoriale per cui il maschile è la massima autorevolezza possibile che le donne possono darsi. «Lo scopo di queste raccomandazioni è di suggerire alternative compatibili con il sistema della lingua per evitare alcune forme sessiste della lingua italiana, almeno quelle più suscettibili di cambiamento», si leggeva in una ricerca sul tema curata da Alma Sabatini e pubblicata dalla presidenza del consiglio dei ministri nel 1987.
La presidente Meloni potrebbe tranquillamente consultarla sul sito della funzione pubblica, troverà all’interno un esempio che fa al suo caso. Si scrive “la presidente” e non “il presidente” per dare impulso a «un’ottica che partendo dalla donna metta in luce i lati lasciati finora in ombra dalla tradizionale ottica patriarcale».
La parola è un’azione vera e propria, «l’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione del pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e di chi lo ascolta», si leggeva. L’altro problema che Meloni non affronta è quello di una classe dirigente che di tanto in tanto offre scivoloni che, non di rado, denotano una certa arretratezza in tema di pari dignità tra i generi.
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GIORGIA MELONI
lilli gruber giorgia meloni 1
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