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È SEMPRE GOVERNO VS. MAGISTRATURA – BIANCONI: “LA LOGICA VORREBBE CHE DOPO UNA SFIDA REFERENDARIA CHE HA RAGGIUNTO TONI ACCESI, LA SITUAZIONE TORNASSE ALLA NORMALITÀ. MA LA NORMALITÀ, ORMAI, È LO SCONTRO TRA I DUE POTERI. DA DOMANI SI TORNERÀ A POLEMIZZARE SOPRATTUTTO SUI CASI A PIÙ ALTO TASSO DI ‘POLITICITÀ’: L’AVVISO DI CONCLUSIONE INDAGINI ALLA CAPO DI GABINETTO DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, GIUSI BARTOLOZZI O I POSSIBILI SVILUPPI DELL’INCHIESTA SUL SOTTOSEGRETARIO, ANDREA DELMASTRO. PER NON PARLARE DEI PROCEDIMENTI A CARICO DI DANIELA SANTANCHÈ. VA AVANTI COSÌ DAGLI ALBORI DI 'MANI PULITE'…”
Estratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera”
GIORGIA MELONI - FOTO LAPRESSE
La riforma della magistratura è stata bocciata, la struttura dell’ordine giudiziario non cambia, ma è probabile che non cambierà nemmeno il conflitto tra la politica e l’amministrazione della giustizia.
Che va avanti da oltre trent’anni, s’è inasprito negli ultimi mesi proprio a causa dei mutamenti «epocali» che il governo del Paese ha tentato di introdurre nell’autogoverno delle toghe, e sembra destinato a proseguire in futuro.
La logica vorrebbe che dopo una sfida referendaria che ha raggiunto toni talmente incandescenti da indurre il presidente della Repubblica a richiamare il dovere di rispetto reciproco tra le istituzioni, la situazione tornasse alla normalità. Ma la normalità, ormai, è proprio lo scontro tra due poteri dello Stato: esecutivo e giudiziario, governo e magistratura.
GIUSY BARTOLOZZI E ANDREA DELMASTRO A CENA A BISTECCHERIE D ITALIA - FOTO DEL FATTO QUOTIDIANO
Da domani si tornerà a polemizzare sulle prossime richieste dei pubblici ministeri e conseguenti decisioni dei giudici, soprattutto sui casi a più alto tasso di «politicità».
Come quelli emersi da ultimo alla Procura di Roma: l’avviso di conclusione indagini alla capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, che dovrà avere un seguito; o i possibili sviluppi dell’inchiesta che chiama in causa il sottosegretario dello stesso dicastero, Andrea Delmastro, per il quale si avvicina pure il processo d’appello dopo la condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio.
GIORGIA MELONI - MEME SUL REFERENDUM
Per non parlare dei procedimenti a carico di altri esponenti di governo, come quelli che riguardano la ministra del Turismo Daniela Santanchè; le decisioni in materia di migranti o le iniziative giudiziarie intorno al progetto del Ponte sullo stretto di Messina, e qualunque altra indagine o sentenza che abbia un qualsiasi risvolto politico.
Va avanti così dagli albori di Mani Pulite, anno 1992, ma giù dieci anni prima l’allora segretario del Psi e futuro premier Bettino Craxi (nonché fiero contestatore delle indagini su Tangentopoli) additò tra le cause della crisi della Borsa «talune azioni giudiziarie che presentano aspetti scriteriati».
Poi venne il ciclone dei governi decimati dagli avvisi di garanzia che decretò la fine dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, e all’epoca la destra stava dalla parte dei pm. Era l’aprile del ’93, quando i giovani missini del Fronte della gioventù, in cui militava Giorgia Meloni, strinsero simbolicamente d’assedio il palazzo di Montecitorio al grido di «Arrendetevi, siete circondati». Suscitando scandalizzate reazioni contro la «gazzarra fascista».
Un anno dopo, vinte le elezioni, Silvio Berlusconi provò ad arruolare nel suo primo esecutivo due magistrati del pool Mani Pulite, Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo.
giorgia meloni vota a spinaceto
Senza successo. Poi tutto cambiò nel giro di pochi mese: prima con il proclama in tv di quegli stessi pm contro il decreto ribattezzato «salvaladri», varato e subito ritirato dal governo, fino al famoso avviso di garanzia al premier (con conseguenti accuse di «colpo di Stato» rivolte alle toghe) firmato, tra gli altri, anche da Di Pietro.
Il quale accettò di diventare ministro del governo Prodi nel 1996, col centrosinistra dell’Ulivo, prima di approdare in Parlamento e fondare un suo partito.
d'alema gorbaciov la torre di babele
[…] Se fino ai primi anni Duemila Di Pietro è stato un fiero avversario della separazione delle carriere tra giudici e pm, nella campagna referendaria è stato uno dei più accesi testimonial del Sì alla riforma che voleva separarle. Sempre difendendo «la sacra indipendenza della magistratura».
Considerata invece a rischio dai magistrati, che avvertirono lo stesso pericolo sul finire degli anni Novanta, ai tempi della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali guidata da Massimo D’Alema. […]
Stessa fermezza mostrata nei confronti di Matteo Renzi, il quale poco dopo l’ingresso a palazzo Chigi nel 2014 varò nuove norme (tra cui l’abbassamento dell’età pensionabile da 75 a 70 anni, che aprì la strada a centinaia di nuove nomine ai vertici degli uffici giudiziari decise dal Csm col vituperato «sistema delle correnti»); di fronte alla minaccia di sciopero dell’Anm l’allora premier reagì con «Brrr... che paura!», un po’ ironico e un po’ sprezzante, prima di dichiararsi vittima delle tante, successive inchieste che hanno coinvolto lui e la sua famiglia. Altri capitoli dello scontro tra politica e giustizia, chiunque governi e chiunque stia all’opposizione. […]
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