francesco guccini carlin petrini

“CREDO CHE 'SLOW FOOD' SIA NATO PERCHÉ A UNA FESTA DELL’UNITÀ MANGIÒ MALISSIMO. COSÌ DECISE DI INVENTARSI QUALCOSA” – FRANCESCO GUCCINI RICORDA CARLIN PETRINI, FONDATORE DI 'SLOW FOOD', SCOMPARSO A 76 ANNI E IL VALORE "POLITICO" DATO AL CIBO – “HA COMBATTUTO UNA GRANDE BATTAGLIA. IN PARTE SÌ, HA RAGGIUNTO IL SUO OBIETTIVO, NON SO SE FINO IN FONDO. I SUPERMERCATI CONTINUANO A UCCIDERE I NEGOZI E I VARI MC CONTINUANO A UCCIDERE LE TRATTORIE…"

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Emilio Marrese per repubblica.it - Estratti

«Dai primissimi anni Settanta ha iniziato a venire a casa mia. Lavorava all’Arci e aveva una radio che si chiamava Radio Bra Onda Rossa: il nome dice già tutto. Sosteneva che fosse la prima radio privata italiana, ma non so mica se fosse poi vero. La sigla dei programmi era l’Inno dei lavoratori».

 

«O vivremo del lavoro o pugnando si morrà…».

«Ecco, ci siamo capiti. Vennero a chiedermi se potevo fare un concerto gratis per raccogliere fondi per sostenere la radio. Gliene feci due o tre».

francesco guccini carlin petrini

 

 

E vi siete rimasti simpatici.

«Abbiamo iniziato a frequentarci e abbiamo fatto migliaia di cene assieme anche con altri due suoi amici, Giovanni e Alfio che, per così dire, non era di elevata statura. Li chiamavamo il trio di Bra. Venivano al Club Tenco e si scatenavano. Al di là delle doti che tutti hanno poi conosciuto di Carlìn, erano veramente simpatici, dei grandi scherzatori, architettavano burle complicatissime ma bellissime…».

 

Se ne ricorda una?

«Una cosa stile Amici miei. Una volta a un gruppo di iscritti dell’Arci di Roma che si fermarono a Bra prima di andare in Francia fecero credere che avrebbero dovuto sostenere un esame per poter valicare il confine. Alfio fingeva di parlare in francese, ma era perlopiù dialetto piemontese, mentre Giovanni si fece passare per un ufficiale italiano. Poi c’era un ex vigile urbano con una Fiat 1100.

 

Bonvi Roberto Vecchioni Francesco Guccini Carlo Petrini

L’esame ovviamente era folle: bocciarono una perché aveva orecchini troppo grossi che avrebbero potuto attirare i fulmini e un’altra perché aveva le unghie troppo lunghe inadatte in caso di arrampicata, facevano indicare col dito un punto qualsiasi della mappa geografica per poi dire: “Mi spiace, ha sbagliato”. Li bocciarono tutti. Questi protestarono e allora li promossero a patto però che portassero in Francia un chilo di terra italiana da sostituire con un chilo di terra francese, da riportare in patria al ritorno. Oh, lo fecero: andarono, scavarono…».

 

Cosa la colpì più del Petrini non ancora famoso?

«Questa goliardia, appunto. L’aspetto giocoso. E poi l’amore per il cibo».

 

Ne parlava spesso? Era un vostro argomento di conversazione?

carlo petrini

«Credo che Slow Food sia nato perché una volta andò a una Festa dell’Unità in Toscana e mangiò malissimo, così decise che bisognava inventarsi qualcosa».

 

Quindi per lei non fu una sorpresa?

«No, Carlìn veniva dalle Langhe, terra di tartufo, vino e cibo buono, era nato in quella cultura e aveva passione per la terra e per i contadini».

 

Lei fu tra i firmatari del Manifesto fondatore di Slow Food, pubblicato dal “Gambero Rosso” il 3 novembre del 1987. La lentezza come forma di resistenza contro la cultura del fast che scambia efficienza con frenesia. Chi ha vinto?

«Forse loro, ma Carlìn ha combattuto una grande battaglia».

 

Non è riuscito a raggiungere il suo obiettivo?

«In parte sì, non so se fino in fondo. I supermercati continuano a uccidere i negozi e i vari Mc continuano a uccidere le trattorie…».

 

Non ci sono più le osterie di una volta, e ora neanche Carlìn.

carlo petrini e papa francesco

«Quando ho sentito alla radio della sua scomparsa ci sono rimasto malissimo. Era un pezzo che non ci sentivamo, ma aveva dieci anni meno di me. Sapevo che era stato male tanto tempo fa, non sapevo della ricaduta. Mi mancherà moltissimo come uomo e come amico».

 

Quale lezione ha lasciato?

«Che la terra vuole essere rispettata. Che i contadini devono essere rispettati. I prezzi devono essere controllati e giusti. I messicani che producono mais non possono morire di fame per colpa del mais transgenico. Un mio amico contadino che produce olio in Toscana dice che i prezzi dell’olio al supermercato sono impossibili: possono essere così bassi solo perché chissà come li fanno e con quali olive, magari spagnole o nordafricane. È una concorrenza insostenibile».

 

(...)

carlo petrini