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1. IL PARLAMENTO IRANIANO APPROVA L'APERTURA DI ROUHANI AGLI USA. MINISTRO DEGLI ESTERI: "NON LASCERÃ CHE NETANYAHU DETERMINI IL FUTURO DEI NOSTRI COLLOQUI"
Dagoreport da Reuters.com - Il parlamento iraniano ha approvato con decisione l'apertura diplomatica del presidente Hassan Rouhani agli Stati Uniti. Un gruppo di 230 deputati (su un totale di 290) ha firmato un documento di "appoggio" alla strategia di Rouhani, e al suo presentare l'Iran come un paese "potente e alla ricerca della pace, che intende parlare e interagire al fine di risolvere problemi regionali e internazionali".
Il parlamento è controllato da fazioni politiche fedeli all'Ayatollah Khamenei, e questa apertura è l'ulteriore segnale che il regime è favorevole al recupero delle relazioni con il "Satana" americano.
Il ministro degli esteri Mohamed Javad Zarif ha però sottolineato come Netanyahu e "la lobby sionista" stiano cercando di mettere i bastoni tra le ruote della "détente" tra i due paesi. "Non permetterò a Netanyahu di determininare il futuro dei nostri colloqui", ha scritto sulla sua pagina Facebook.
Ma le cose non sono così semplici. Le Guardie Rivoluzionarie e i falchi del regime pretendono che a una sostanziale apertura da parte di Rouhani corrisponda una notevole (e rapida) riduzione delle sanzioni che stanno strangolando l'Iran. Ed è su questo punto che Israele giocherà tutte le sue carte per confermare lo status quo: Netanyahu è convinto che Teheran stia solo cercando qualche mese di tregua per ultimare l'arricchimento dell'uranio che serve per arrivare alla bomba nucleare.
2. NETANYAHU: "PRONTI AD AGIRE DA SOLI CONTRO L'IRAN"
Alberto Flores D'Arcais per "La Repubblica"
Pronti ad agire anche da soli. Dalla tribuna delle Nazioni Unite Benjamin Netanyahu attacca l'Iran e il nuovo presidente Rohani («un lupo travestito da agnello»), chiede alla comunità internazionale di mantenere le sanzioni e avverte che se dovesse essere necessario Israele è pronto a colpire militarmente il regime degli ayatollah.
A 24 ore dall'incontro alla Casa Bianca con Obama, il premier israeliano rende in modo ancora più chiaro quanto aveva detto ieri - tra le righe e il dovuto atteggiamento diplomatico - anche al suo potente alleato a Washington.
Netanyahu non crede che ci sia alcuna svolta a Teheran («Hassan Rohani è come i suoi predecessori, un servitore leale del regime») e, dallo stesso podio in cui il presidente iraniano aveva aperto il "dialogo" con Usa e paesi occidentali, ricorda come dalla rivoluzione del 1979 si siano alternati in Iran «presidenti moderati e falchi, che hanno sposato e servito, tutti, lo stesso credo implacabile».
Da quando è stato eletto Rohani «il programma nucleare iraniano è proseguito senza interruzione» e i fatti dimostrano («perché un paese con miliardi in petrolio dovrebbe avere un programma nucleare a scopi pacifici?») che quello che l'Iran fa «contraddice completamente » quanto il nuovo presidente sostiene.
Il regime degli ayatollah vuole che vengano cancellate le sanzioni, ma in cambio non ferma il suo programma nucleare (alla Casa Bianca Netanyahu aveva detto, portando anche prove da parte dell'intelligence israeliana, che il nucleare pacifico è un bluff), quindi secondo il premier israeliano per capire se quanto afferma Rohani è vero, sono necessarie queste condizioni: lo «smantellamento completo e verificabile» del programma nucleare: la fine dell'arricchimento dell'uranio, il trasferimento all'estero dell'uranio arricchito, lo smantellamento delle infrastrutture per l'arricchimento, la fine dello sviluppo di un reattore ad acqua pesante.
In caso contrario «Israele è pronto ad agire da solo», perché sanzioni «dure e minaccia militare credibile» sono l'unica strada percorribile per fermare «pacificamente lo sviluppo del nucleare».
Con il suo intervento alle Nazioni Unite Netanyahu cerca di bloccare sul nascere un dialogo (tra Iran e Occidente) che agli occhi di Gerusalemme altro non è che un cedimento agli ayatollah in un momento in cui il regime iraniano è in grande difficoltà . Non va avanti neanche il disgelo tra Iran e l'altra potenza regionale islamica (Arabia Saudita). Rohani ha infatti respinto - su pressione dei falchi di Teheran - l'invito del re Abdullah a partecipare all'Hajj, il pellegrinaggio dei fedeli musulmani alla Mecca.
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