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[m.zat.] - La Stampa
Sono rimasti soli, faccia a faccia, quando l’eurovertice ha cambiato registro, archiviando il dossier economico e passando alle nomine. Mario Draghi e Matteo Renzi sono stati visti parlarsi con intensità, per quei pochi minuti che bastano a due uomini che - nonostante le differenze di carattere, formazione ed età - sembrano intendersi bene da sempre.
Chi racconta la storia sottolinea che il colloquio ha girato sulla flessibilità nella valutazione dei bilanci per gli stati che fanno le riforme, quella che il premier ha invocato per l’intera due giorni di summit. Il numero uno della Bce lo ha ascoltato con attenzione. Ma la sua posizione, rileva una fonte, «è la stessa di Commissione e Germania: c’è abbastanza flessibilità nei patti, non occorre estenderla oltre».
Comprensione, dunque. Ma niente sponda per l’Italia a Francoforte, perché la banca centrale non può. Nel suo intervento davanti ai ventotto capi di stato e di governo, Draghi si è in effetti lamentato del fatto che, «in molti paesi», l’attuazione delle raccomandazioni economiche del Consiglio «non è sufficiente». Uno studio dell’Europarlamento stima che non si supera il venti per cento dei consigli dati che vengono realizzati. Per l’Eurotower non basta proprio, per cui i leader si devono impegnare di più, altrimenti l’intero impianto del controllo e suggerimento reciproco su cui si fonda la governance economica dell’Unione non può funzionare pienamente.
Mario Draghi tra le cento persone pi influenti al mondo
L’altro parte del messaggio ha tirato diritto sugli interventi di riforma. «Le misure che la Bce potrà prendere per la liquidità sul mercato - è il senso delle parole di Draghi - potranno avere effetto solo se gli sforzi strutturali in favore della crescita saranno rinnovati». Chiaro. Inutile cercare di curare l’economia con operazioni di finanziamento se poi la competitività di sistema è sotto la soglia dell’accettabile. Francoforte farà il possibile, manda a dire l’ex governatore, però non deve essere sola.
Il rispetto delle regole si dimostra in questa circostanza cruciale. Draghi ha argomentato che se il ritmo delle riforme dovesse calare, lo spazio maggiore di flessibilità, e dunque di spesa, sarebbe consumato dall’aumento dei tassi di interesse. Oggi, sottolineano fonti europee, è facile chiedere di più perché i mercati sono calmi, circostanza che non è detto duri per sempre.
E l’Italia? «All’Eurogruppo Draghi ha detto che deve ridurre il debito», racconta un alto funzionario, che chiude il conto. Dunque, avanti con il controllo del bilancio e le riforme: «La flessibilità c’è e verrà di conseguenza, per ora non si può chiedere di più».
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