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Dagonota
dario franceschini con la moglie michela di biase
Si chiama Partito democratico, anche se sarebbe più corretto chiamarlo Dc. Per questo, tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno messo piede nelle Botteghe oscure stanno stretti; e se ne vogliono andare. A cominciare dai bersaniani Gotor e Stumpo: ideologi della scissione. Si sentono scavalcati a destra.
L’idea che i “caminetti” (tanto odiati ma frequentati da Matteuccio) siano organizzati dagli ex diccì li fa sentire “stranieri in Patria” e non vedono l’ora di levare le tende. E come dar loro torto, se il “king maker” per eccellenza è Dario Franceschini che non fa un passo senza consultare Sergio Mattarella (e la sua diletta Michela De Biase).
sergio mattarella dario franceschini
E se non ha preso parola alla direzione di ieri è perché questo era l’impegno preso con il Ducetto. Nel “caminetto” della vigilia, Renzi aveva detto chiaro e tondo a Dario: se non mi sosterrai all’assemblea per andare subito al congresso, dico a Gentiloni di dimettersi subito. Lo sai che Paolo fa quello che dico io.
Il ragazzo di Pontassieve ha ragione: il premier è totalmente appiattito sul segretario del Pd, circostanza che comincia a far venire qualche mal di pancia nel Pd, ma anche al Colle.
Di fronte alla sicumera di Matteo, Franceschini (abituato ai giochi di potere di Piazza del Gesù) non ha mosso un muscolo facciale, ma si è precipitato a colloquio con Mattarella: anche su consiglio di Michela. Dopo il colloquio, il ministro è tornato dall’ex premier per firmare un patto di sangue: ok, ti sostengo all’assemblea, ma solo se in direzione dici che si vota nel 2018.
Non posso farlo così apertamente: mi sputtanerei davanti a tutti, dice Matteo. Posso dire però che la data del voto non è importante. E così è stato.
Franceschini, però, si è reso conto che non può legarsi mani e piedi al Ducetto. Così, questa mattina vede Andrea Orlando. Non a caso. Matteo controlla il partito, ma i due ministri (insieme) gestiscono la maggioranza dei gruppi parlamentari; soprattutto adesso che Orlando ha conquistato la fetta più ampia dei Giovani turchi. Insomma, il Ducetto può fare lo show in direzione, ma poi i voti per approvare le leggi (a partire dalla riforma elettorale) li hanno la coppia Orlando-Franceschini.
Il ministro della Giustizia detta, così, chiaro e tondo le sue condizioni: è ancora possibile non sfasciare il partito. Sono nelle condizioni – aggiunge – di recuperare la minoranza del partito ed evitare la scissione, e per riuscirci è necessario che Matteo sostenga la mia idea della Conferenza programmatica prima del congresso. Completato il percorso posso anche candidarmi segretario. Forse non vinco, ma credo di ricompattare almeno il 40-45% del partito. Il problema è convincere Bersani a non levare le vele. Una mission quasi "impossible".
Diligente, Franceschini prende appunti e torna a fare la spola fra Nazareno e Quirinale. Qualcuno, come l’esperienza Dc insegna, cambierà idea nelle prossime ore… Forse già prima del decollo di Mattarella per la Cina. Sergio non avrà il piglio decisionista dei comunisti miglioristi, qual era Napolitano. Ma certo si sta dimostrando abile nella regia politica: alla faccia della Costituzione materiale…
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