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Tommaso Labate per il Corriere della Sera
MINZOLINI FESTEGGIATO DOPO IL VOTO CHE HA EVITATO LA SUA DECADENZA
A metà mattinata «le dimissioni arrivano, l' ho detto io stesso che mi sarei dimesso, figurati se non mantengo la parola data». A pranzo il tema passa dal «come» al «quando». «Faccio così, scelgo un attimo e bam, mi dimetto, tiè». Si fa l'ora del the e su Twitter, insieme ai biscottini, vengono servite le risposte ad altrettanti utenti che gli ricordano il suo impegno di dimettersi lunedì, e cioè ieri. «Decido io quando. Non ho obblighi se non la mia parola, che mantengo».
MINZOLINI FESTEGGIATO DOPO IL VOTO CHE HA EVITATO LA SUA DECADENZA
E ancora: «Se le do (le dimissioni, ndr) è solo perché lo avevo detto più di un anno fa». Ma bisogna aspettare le 19.30 perché la domanda delle domande incroci la più semplice delle risposte: «Le dimissioni arriveranno. Ma non oggi. Mi dimetto», e il riferimento è agli articoli del Fatto Quotidiano , «quando smetteranno di dirmi che devo dimettermi. Perché non devo dimettermi. Lo farò, sì. Ma non devo».
Augusto Minzolini rimane dov'è. Forse memore dei vecchi interrogativi morettiani (nel senso di Nanni) sul «mi si nota di più» - pronunciati tra l' altro in Ecce Bombo, film in cui Minzo aveva recitato una particina che gli era valsa la citazione nei titoli di coda - il senatore di Forza Italia trasforma il balletto sulla sua decadenza in una campagna garantista su se stesso.
Salvato dalla maggioranza dei suoi colleghi, che una settimana fa avevano rispedito al mittente sia la sua decadenza a seguito della condanna definitiva sia la legge Severino, l'ex direttore del Tg1 si trincera idealmente dentro Palazzo Madama. Lui rimane fermo ma attorno a lui tutto si muove.
Oggi c'è l'udienza per l'affidamento ai servizi sociali. E per metà aprile è in programma una nuova tappa del processo per l' estromissione dalla conduzione di Tiziana Ferrario, decisa quand' era alla guida del tg. Nella giornata di ieri, quella in cui tutti aspettano le dimissioni promesse, Minzolini incassa l' inaspettato sostegno di Luciano Violante.
lillio ruspoli augusto minzolini
«In Italia sta nascendo una città giudiziaria: ci deve preoccupare questa concezione autoritaria della vita pubblica», è la premessa dell' ex presidente della Camera, che pure negli anni 90 era stato protagonista di un duello col giornalista - allora inviato de La Stampa - poi sfociato in tribunale. E aggiunge, proprio a proposito della decadenza del senatore forzista: «La legge Severino affida alle Camere la possibilità di deliberare. È sbagliato, come è stato detto da alcuni giuristi, sostenere che la scelta parlamentare sia stata illegittima».
È proprio questo lo scudo che Minzolini mette tra se stesso e i suoi oppositori.
«Compresi quelli del Fatto quotidiano , con cui tra l'altro mi ero trovato d'accordo nel difendere la Costituzione dal referendum di Renzi», rincara la dose. «L'articolo 66 dice che "ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte cause di ineleggibilità e incompatibilità".
Il verbo "giudicare" non è stato scelto a caso, chiaro? Basta leggere gli atti dell'Assemblea Costituente per scoprire che un comunista come Umberto Terracini si era battuto perché quel verbo "giudicare" valesse anche nel caso in cui, tra le cause di ineleggibilità e incompatibilità, ci fossero interventi della magistratura».
E mentre Raffaele Cantone esprime «perplessità sulla decisione del Senato» che ha premiato l'ex direttore del Tg1, il diretto interessato guadagna un'altra giornata. «Tanto ho detto che mi dimetto. E se l'ho detto lo faccio». A Palazzo Madama, però, si fa strada un altro scenario. Quello che porta a un intervento diretto del presidente Grasso, intenzionato ad accelerare il percorso che porta alle dimissioni. Potrebbe essere questione di giorni.
Forse di ore.
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