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Essere villano con Mariastella Gelmini, che a Milano ha preso più preferenze di lui, non è proprio da grande leader, ma è compatibile con il personaggio che un po' è e un po' interpreta. Meno compatibili, dopo i risultati del primo turno, sono altre convinzioni di Matteo Salvini, segretario della Lega nord.
Un fisiologico 11 per cento a Milano, con Forza Italia al 20 e primo partito della coalizione, la sconfitta di Pirro dell'operazione Meloni a Roma (al massimo è un contentino locale per la Sorella d' Italia), il flop dello sbarco al sud delle liste Noi con Salvini. Epperò, il segretario insiste a porre a Berlusconi (ed eventuali chi per lui) il problema della leadership nazionale ("ho fatto un passo indietro nella mia città per non farne uno indietro a livello nazionale... Se venisse l' opportunità non mi opporrei, a sfidare Renzi").
Ma il passaggio del testimone comporterebbe due conseguenze, sulle quali Salvini, tutt'altro che sprovveduto, senz'altro rifletterà. Quella di spostare definitivamente la traiettoria della coalizione verso un antirenzismo preconcetto, il che può essere una scommessa tattica, ma anche un vicolo cieco politico.
E quella di spostare i contenuti di programma (ancora da definire) verso il "lepenismo" antieuropeo, un securitarismo più a parole che praticabile e un sostanziale conservatorismo economico.
Tutte cose che sono l'opposto, ad esempio, delle idee di Stefano Parisi. Peccato che Parisi sia l'unico del centrodestra ad avere raccolto un consenso vero, perché ha intercettato i desideri dell'elettorato riformista - moderato. Con una Lega rimpicciolita e una chiara indicazione dalle urne, che farà Salvini? Starà in coalizione, come fece Bossi, o tenterà la sorte con Giorgia Meloni?.
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