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Alessandra Mammì per Dago-art
Tante stelle, giudizio ottimo e la stupefatta constatazione che un team di curatori “etrangeros” son riusciti a fotografare contraddizioni e nodi nevralgici della cultura e società brasiliana (e sudamericana in genere) meglio dei precendenti concittadini.
Lo scrive Fabio Cypriano critico di “La Folha” tra i più prestigiosi quotidiani del paese. “Il titolo "Come parlare di cose che non esistono" è pura ironia. Perchè poche Biennali a San Paolo son riuscite in forma tanto urgente e radicale di parlare delle cose che invece esistono”.
E risponde così a tutti quei cattivi che di fronte alle apparentemente fumose linee programmatiche del team etrangero, prima dell'inaugurazione avevano twittato “Speriamo che la cosa che non esiste non sia La Biennale”
E invece eccole le cose che esistono: a cominciare dai temi religiosi soprattutto evangelici proprio in un momento in cui il Brasile potrebbe ritrovarsi guidato da una presidente evangelica.
Per continuare poi con i tanti video che raccontano storie vere oltre i confini del Brasile, oltre i confini della realtà.
Per poi soffermarsi sull'allestimento che i cronisti registrano come uno dei più spettacolari mai visti nel padiglione del parco Ibirapuera, non tanto per l'installazione delle opere quanto per le performances e gli spazi di sosta, conversazione, dialogo fra artisti, curatori e visitatori.
Insomma tutta la Biennale si pone come un discorso che intreccia tante storie, dal forte carattere etico-politico, che non trascurano però la spettacolarità di un popolo che ha messo in piedi il Carnevale più famoso del mondo e la proverbiale sudamericana ironia. Tanta ironia. Che è quella che sta conquistando la sottile e surreale vena dei brasiliani.
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