MORATTI ALLA CANNA DEL GAS - GIAN MARCO VUOLE COSTRINGERE IL FRATELLO A RINUNCIARE ALL’INTER, GIOCATTOLO COSTOSISSIMO, MA MASSIMO NON VUOLE (E FA MELINA CON THOHIR)

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Gianfrancesco Turano per "l'Espresso"

Per una forma specifica di daltonismo, Massimo Moratti riconosce soltanto due colori: il nero e l'azzurro. Ahilui, è sommerso dal rosso. Deve vendere l'Inter, non può non vendere l'Inter, farà di tutto per tenersi l'Inter. La squadra è la sua vita, la sua passione. Inutile cercare di spiegarlo razionalmente. Certo è che dei soldi spesi per vincere Moratti se ne frega e lo ha dimostrato in campo.

Il 30 giugno scorso, 70 milioni di euro abbondanti sono andati ad aggiungersi a oltre 1,5 miliardi di euro di conti in passivo accumulati da quando, nel gelido febbraio del 1995, il figlio del petroliere Angelo Moratti si riprese la squadra che era stata del padre.
L'acquisto dell'Inter, oltre 18 anni fa, è stata una questione di famiglia. Esattamente come la cessione dell'Inter oggi.

Il fratello maggiore Gianmarco Moratti, che condivide fifty-fifty con Massimo la quota di controllo delle raffinerie Saras e che non ha mai messo piede nella governance del club, ha sufficiente potere di moral suasion per chiedere a Massimo di non persistere in un'avventura finanziariamente disastrosa. Il rischio è di finire come un collega del ramo petroli. Si chiamava Franco Sensi, ha vinto uno scudetto con la Roma e ha dilapidato quasi tutto il patrimonio pagando ingaggi e premi partita ai giovanotti in maglia giallorossa.

Fino a oggi Gianmarco le ha tentate tutte con il fratello. Glielo ha chiesto con le buone. Gli ha piazzato i suoi uomini di fiducia in marcatura. Ha mostrato i conti in sofferenza della Angelo Moratti sapa, l'accomandita di famiglia che non distribuisce dividendi da quattro anni, e i 154 milioni di perdite della Saras nel 2012 tanto che ad aprile, per sostenere le raffinerie di Sarroch, i due fratelli hanno dovuto cedere il 21 per cento ai russi di Rosneft, colosso energetico della Federazione Russa, per 178 milioni di euro. Ma quando si parla di calcio il presidente del Fc Internazionale guizza e salta l'uomo come il Ronaldo dei tempi migliori.

La sua trattativa con l'indonesiano Erick Thohir, 43 anni, è un manuale di melina difensiva e contropiedi provocatori. Le occasioni per rinviare il pallone in tribuna sono infinite. Bisogna stabilire la quota da vendere, la governance del nuovo azionariato, quale ruolo avrà la famiglia Moratti, chi e in quale misura si farà carico dei debiti passati, degli investimenti di mercato imminenti e delle perdite future. Il saldo di questa complessità è che la firma, annunciata per domenica 28 luglio nello studio di un notaio milanese, è stata rinviata dopo un pranzo al Cafè Armani il 25 luglio.

Quel giovedì di afa indonesiana il negoziato ha rischiato di saltare una volta per tutte e pare che sia stato decisivo il ruolo di collegamento svolto da Angelomario Moratti, detto Mao, uno dei tre figli di Massimo coinvolti nell'amministrazione nerazzurra insieme ai fratelli Giovanni (Gigio) e Carlotta contro un solo figlio di Gianmarco (Angelo Gino). Adesso si parla di qualche settimana per portare a termine l'affare, magari con un nuovo socio indonesiano, Rosan Perkasa Roeslani, coinvolto nella partita.

Ma se il padrone della trattativa dalla parte italiana è Massimo Moratti, resta da capire chi deciderà dalla parte asiatica. Con un décalage temporale di 25 anni, l'aspirante venditore Massimo e l'aspirante compratore Erick sono figli del fondatore dell'azienda. L'equivalente indonesiano di Angelo Moratti si chiama Mochamad Teddy Thohir e ha fatto carriera nella multinazionale farmaceutica Usa Union Carbide prima di diventare la guida di un gruppo (Astra international) da 15 miliardi di dollari di ricavi con 130 mila dipendenti.

A 78 anni il vecchio Thohir, appassionato di rivoluzionari italiani tanto da chiamare uno dei suoi figli Garibaldi, tiene salde in pugno le chiavi della cassaforte. Per adesso, non ha svolto alcun ruolo nella trattativa per il club milanese e questo ha indispettito, o riempito di segreta gioia, Moratti. Thohir senior non appare entusiasta, anche se il figlio ha già investito nello sport professionistico.

Da novembre del 2012 Erick è comproprietario della squadra di soccer di Washington (Dc United), una delle peggiori della Major League, insieme a Jason Levien e a Will Chang. Inoltre è azionista dei Sixers di Philadelphia, franchigia della National basketball association che non vince un campionato dai tempi di Julius "Doctor J" Erving, giusto trent'anni fa.

L'investimento nel calcio americano è costato a Eric Thohir 25 milioni di dollari. Cioè uno scherzo rispetto all'impegno richiesto dall'Inter e dal mondo del calcio europeo, un sistema che si regge in piedi soltanto perché è perennemente assistito da colossali iniezioni di liquidità a cura di oligarchi e sceicchi, con buona pace del fair play finanziario invocato dall'Uefa di Michel Platini.

Anche ammesso che i Thohir siano disposti a intervenire nel club nerazzurro con la potenza di fuoco dei vari al Nahyan (Manchester City), al Thani (Psg, Malaga), Abramovich (Chelsea), resta il problema che le cordate all'americana nel calcio non funzionano, che il timoniere deve essere uno, possibilmente il proprietario, e che la sua presenza deve essere quotidiana. Hanno dimostrato il teorema proprio le difficoltà degli americani dell'As Roma, troppo fiduciosi sulla possibilità di esportare gli schemi dello sport statunitense nella realtà italiana.

La convivenza dei nuovi proprietari con un socio di minoranza ingombrante come la famiglia Moratti rischia di essere svantaggiosa per gli indonesiani. Alla prima contestazione popolare, si troverebbero a giocare fuori casa contro un ex presidente cresciuto negli spogliatoi di San Siro, prima come figlio di Angelo e testimone della grande Inter di Helenio Herrera, poi come vincitore del "Triplete", il trionfo in campionato, Coppa Italia e Champions League nel 2010.

Per inciso, tra tutti questi trofei soltanto la Champions è davvero redditizia. Gli scudetti sono soltanto soldi buttati in premi e, dei cinque vinti da Moratti, l'unico gratuito è stato quello di Calciopoli, assegnato a tavolino. In questo sono maestri i cugini milanisti che ormai fanno l'impossibile per non vincere un campionato purché sia garantita la qualificazione alla Champions League.

Con questo scenario, l'opzione ideale probabilmente non esiste. Il presidente dell'Inter, conti alla mano, non può tirare troppo la corda. Anche i ricchi hanno bisogno di cash, se no piangono. Da questo punto di vista, il 2012 è stato un anno complicato per i redditi di Massimo Moratti. La fame è lontana come Leo Messi in nerazzurro. Tuttavia, il problema dell'argent de poche è stato superato in zona Cesarini il 31 dicembre 2012 con un paio di operazioni straordinarie della Cmc, la holding personale che Moratti fa gestire al suo fidatissimo commercialista Rinaldo Ghelfi, vicepresidente dell'Inter.

Cmc, che ha in portafoglio circa 20 milioni di euro in pacchetti azionari di Camfin-Pirelli e di Sator, la boutique finanziaria di Matteo Arpe, ha liquidato al socio di controllo Moratti 15 milioni di euro. In parte, era la restituzione di un prestito fatto dall'azionista e in parte era la liquidazione, con plusvalenza di 7 milioni di euro, di una quota in un hedge fund messo in piedi dalla stessa Sator.

Non si può vivere di operazioni straordinarie in finanza, come non si può aspettare un Triplete ogni anno. La trattativa con Thohir è un'opportunità più unica che rara, peraltro costruita dalla controllata Inter Brand con una campagna di proselitismo che ha portato a organizzarei 56 Inter club in Indonesia con 14 mila iscritti. Anche in Cina gli uomini del marketing nerazzurro avevano aperto due store dedicati a Pechino e Shanghai, ma è andata male.

I negozi sono stati chiusi e le magliette sono finite in vendita sulla piattaforma e-commerce di Amazon. È finita male anche la trattativa con i nuovi soci cinesi, annunciata da un comunicato stampa con data 1 agosto 2012, sembra un secolo.

Si era parlato di quote da cedere, di nuovo stadio con i partner della Repubblica popolare. Poi, più niente. L'atroce sospetto, a questo punto, è che l'Inter indonesiana finisca come l'Inter cinese della scorsa stagione: internazionale nei giocatori, milanesissima nel capitale.

 

 

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