maglietta celebrativa delle olimpiadi naziste di berlino 1936 in vendita sul sito del cio

IPOCRISIA OLIMPICA – IL COMITATO OLIMPICO INTERNAZIONALE NON FA POLITICA, COME RECITA IL SUO STATUTO. SI È VISTO CON LA DISCUTIBILE VICENDA DI VLADYSLAV HERASKEVYCH, L’UCRAINO DELLO SKELETON SQUALIFICATO PERCHÉ INDOSSAVA IL CASCO SU CUI AVEVA IMPRESSI I VOLTI DEGLI ATLETI SUOI CONNAZIONALI MORTI IN GUERRA CON LA RUSSIA – EPPURE LO STESSO CIO, SUL SUO SITO UFFICIALE, VENDE LE T-SHIRT CELEBRATIVE DELLE OLIMPIADI NAZISTE DI BERLINO 1936, QUANDO IL PADRONE DI CASA ERA HITLER. TUTTO NORMALE?

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Estratto dell’articolo di Marco Contini per www.repubblica.it

 

maglietta celebrativa delle olimpiadi naziste di berlino 1936 in vendita sul sito del cio

Il rapporto tra il Comitato olimpico internazionale e la politica, per usare un eufemismo, è sempre stato complicato. In linea teorica non dovrebbe esserci relazione alcuna, lo dice a chiare lettere la Carta olimpica, che è un po’ la Costituzione della Repubblica dei Giochi. È la regola aurea dell’olimpismo: ogni quattro anni, per una breve parentesi, ci si combatte senza ammazzarsi a vicenda. Time Out.

 

Decidere di non intromettersi nelle beghe tra nazioni, tuttavia, costringe in ogni caso a fare delle scelte. E dunque a occuparsi di politica, che lo si voglia o meno. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi con la vicenda di Vladyslav Heraskevych, l’ucraino dello skeleton che ha preferito farsi squalificare piuttosto che rinunciare a indossare il casco su cui aveva impressi i volti degli atleti suoi connazionali morti in guerra con la Russia. Quelle immagini, suggerisce la regola 50.2 della Carta – e conferma il Cio – non sono compatibili con il divieto di trasformare i Giochi in un’arena da comizi.

 

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[…]  Immaginiamo la scena: per le strade di Cortina, alcuni appassionati decidono di manifestare la loro passione sportiva indossando le magliette celebrative in vendita sul sito ufficiale del Cio: ci sono t-shirt per tutti i gusti, con stampati i manifesti di edizioni antiche e recenti.

 

Parigi 1900, un disegno molto belle epoque dedicato al programma della scherma; il saltatore in alto di Londra 1908; Roma 1960, con la Lupa di Romolo e Remo; Città del Messico 1968, un fregio molto vagamente azteco. E e tante altre ancora. Compreso il manifesto disegnato da Franz Würbel per Berlino 1936, l’edizione più infame tra tutte le Olimpiadi moderne con Adolf Hitler nei panni del magnanimo padrone di casa (magnanimo finché non venne l’ora di stringere la mano a Jesse Owens, nero vincitore di quattro medaglie d’oro, quando improvvisamente il führer decise che aveva altri impegni).

 

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È solo una maglietta, certo. Ma era proprio necessario inserirla nel catalogo? Non è un capo originale, d’antiquariato. È il prodotto di una fabbrica dei nostri giorni che sforna qualsiasi cosa le venga ordinata dal committente.

 

Se proprio si voleva ricordare Berlino ’36, anziché stamparne il poster ufficiale – così virile, con la sagoma di un atleta davanti alla Porta di Brandeburgo sormontata dall’aquila alata dei prussiani – magari si poteva mettere la fotografia (bellissima) di Jesse Owens e Lutz Long, l’eroe biondo su cui il Reich puntava per vincere il salto in lungo, mentre chiacchierano amabilmente, quasi appiccicati, sul prato dello stadio.

 

[…] Il Cio ha deciso che era meglio l’iconografia nazista. Non lo ammetteranno mai – del resto loro mica fanno politica! – e forse, per incredibile che possa sembrare, l’ufficio commerciale non ci ha nemmeno pensato. Però sorge il sospetto che ci abbiano pensato, eccome, gli acquirenti: nell’online store del Comitato olimpico internazionale, rivelava ieri il New York Times, la maglietta di Berlino ’36 è andata esaurita.

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