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Giancarlo Dotto per Dagospia
A questi ritmi da gerontocomio persino il Milan di Pippo Inzaghi, uno dei più malinconici della storia rossonera, sembra una quasi squadra e comunque ci va a nozze (d’oro) nello slow a due con una Roma vecchia nella testa e nelle gambe. Inguardabile anche per chi è costretto a guardarla.
Fatta a pezzi da un giapponese non pervenuto da una vita. E Rudi Garcia mai visto così sfranto dalla delusione. Le due vittorie con il già spiaggiato Sassuolo e un Genoa all’Olimpico, dove indovina subito una stranita mossa dello strano Doumbia e poi mastica affannoso calcio fino all’impresa last minute di Florenzi, avevano creato un pericoloso abbaglio. Che questa fosse una squadra replicabile da qui alla fine.
San Siro lucida l’equivoco. Fantasmi in bianco e nero. Gervinho si fa male subito, che questo non è proprio il suo anno. Vediamo Pjanic zompettare anemico per il campo come Nonna Papera e sbagliare tutto ma proprio tutto. Sarà interessante aspettarlo, fra un paio di mesi, quando indovinerà la prossima partita e atteggerà la mossuccia polemica verso le tribune.
Pronto il pernacchio. Se questo è Pjanic, Totti tutta la vita, fino a 85 anni. Ci dicono che sarebbe entrato Ljajic. Non se n’è accorto nessuno. Le cose che fanno rima in “ic” non si addicono alla Roma. Giuro. Ibarbo non fa rima, ma è una nullità dinoccolata a pestare le uova. Il peggior Iturbe non può essere peggio di questo Ibarbo. E’ infatti lui, Iturbe, la scossa. Da solo quasi pareggia il Milan. Il ragazzo non va mollato nella discarica del linciaggio.
L’impresa rovescia è stata anche nel far segnare il primo gol italiano di Van Ginkel e il gol dell’ex Destro, uno che il Milan non vede l’ora di rispedire al mittente e che gioca, contro il suo mittente, con una cattiveria mai vista.
La cosiddetta lotta per il secondo posto è, in realtà, un desolante gioco a perdere. L’altro pianeta Juventus, a quattro giorni da Madrid, festeggia in casa il suo vizio solitario, quarto scudetto consecutivo.
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