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Walter Galbiati per "la Repubblica"
«Ho visto Degennaro portare soldi in valigia a Cal in cinque o sei occasioni». La ricostruzione non ha niente da invidiare alle migliori scene cinematografiche sulla corruzione, con l´imprenditore che porta la classica borsa piena di denaro a chi gli deve garantire la commessa. A raccontarla è Pierino Zammarchi, patron dell´omonimo gruppo che per anni ha lavorato come partner immobiliare dell´ospedale San Raffaele, la creatura di Don Luigi Verzé, finita in concordato preventivo con un passivo di 1,5 miliardi di euro.
La ricostruzione di come funzionava il San Raffaele è opera di Mario Valsecchi, l´ex direttore finanziario dell´ospedale nonché vice di Mario Cal, il potentissimo braccio destro di Don Verzé, gestore degli affari economici e morto suicida a luglio dello scorso anno. «Alcuni fornitori - mette a verbale Valsecchi - gonfiavano le fatture relative alle loro prestazioni. Sicuramente lo faceva Zammarchi e lo faceva anche Fernando Lora della società Progetti. Non so se tale sovrafatturazione fosse fatta anche dalla Dec e dalla Bergamelli».
Le fatture venivano gonfiate per retrocedere denaro allo stesso Cal e proprio grazie a questa retrocessione avevano una priorità di pagamento. La conferma del coinvolgimento della Dec nel sistema del San Raffaele arriva da Zammarchi e inguaia ulteriormente il gruppo sotto inchiesta a Bari, noto per aver riempito la vasca del sindaco di Bari, Michele Emiliano, di cozze pelose e spigole e che a Milano si è occupato della costruzione del parcheggio dell´ospedale e del Dibit, il padiglione di medicina molecolare, sovrastato dal cupolone con l´arcangelo Raffaele.
Secondo Valsecchi è un tale «Coscera» a introdurre la famiglia barese nel giro di don Verzé: «Fu così che Coscera ci presentò Degennaro. La sua Dec si prese l´incarico di trovare il finanziatore. Sia la Fondazione che Dec pagarono una doppia "fee" (commissione ndr) a Coscera».
Ã, invece, il fiduciario svizzero Giancarlo Grenci ad alzare il velo sulla destinazione di una parte (500mila euro) delle distrazioni contestate a Piero Daccò, l´uomo d´affari attivo col San Raffaele e vicino al governatore lombardo Roberto Formigoni. «Daccò ci indicò di trasferire quella somma su un conto nominativo di Antonio Simone presso la Hvb di Praga».
Simone, vicino al movimento di Comunione e Liberazione, è l´ex assessore regionale lombardo alla Sanità : con lui Daccò, secondo la ricostruzione della procura, avrebbe in piedi diversi affari. Il collegamento tra i due è almeno in un paio di società : la Negua, riconducibile a Daccò, ma con in gestione un immobile in Sardegna la cui nuda proprietà è di Simone, e la Ipi in cui i due sono soci. Entrambi poi sono stati dipendenti della Juvans, una scatola con la quale Daccò ha condotto i suoi affari con l´ordine dei Fatebenfratelli.
Dai verbali di Grenci emerge anche come Daccò prima del suo arresto abbia cercato di spogliarsi di alcuni beni: «Daccò mi chiese di vendere la villa di Bonassola, ma mi opposi», sostiene Grenci, aggiungendo che «aveva dato mandato a un agente del Dubai di vendere anche la barca, il Ferretti 33». Secondo Grenci, la cessione dello yatch avrebbe dovuto compensare un credito da 1,9 milioni di euro che Daccò aveva con lui.
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