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Foto di Luciano Di Bacco per Dagospia
Francesco Persili per Dagospia
«Il neo-realismo? Distrutto da una scoreggia». La commedia della vita diventa arte e memoria del cinema con Carlo Verdone intervistato da Malcom Pagani alla festa del Fatto Quotidiano. L’isola Tiberina al crepuscolo è il fondale perfetto per accogliere il fiume di ricordi, malinconia e odori di vita vissuta dal comico romano al Centro Sperimentale di Cinematografia.
«Erano anni iper-politicizzati. C’erano quelli di Potere Operaio e Lotta Continua che volevano parlare solo di cinema politico mentre Roberto Rossellini insisteva su altri argomenti. Alla quarta lezione, uno studente, per protesta, fece partire un gran peto. Il regista di Roma città aperta restò in silenzio per tre minuti. Poi spense la sigaretta e disse: per me le lezioni finiscono qui».
Il maestro del neorealismo spazzato via da una scoreggia, un genio dell’avanguardia come Gregory Markoupoulos che si presentò a casa Verdone completamente ubriaco e senza scarpe, l’oscurità di casa Sordi coi bagni austeri per gli ospiti: Verdone mischia aneddoti di cinema e storie personali.
Si lamenta, come fosse Don Alfio, dell’assenza di «sacerdoti del bello», e il pensiero vola subito al suo «maestro» Sergio Leone. «La sera prima delle riprese di "Un sacco bello" mi portò a fare una passeggiata per tranquillizzarmi e il mattino dopo volle accompagnarmi in macchina. Oggi c’hai un autista d'eccezione – mi disse - il padrino tuo non te molla».
Si viaggia tra le emozioni degli esordi e la sofferta emarginazione dopo i primi successi cinematografici, la gratitudine per Mario Cecchi Gori che, “commosso” da Pasquale Ametrano, l’emigrante di Bianco Rosso e Verdone, decise di produrre Borotalco, e la palpitante attesa la sera della prima davanti al cinema Etoile. Manuel Fantoni e «il cargo battente bandiera liberiana». «Come so ‘ste olive? So’ greche»: all’uscita della sala tutti ripetevano ad alta voce le battute e Mario Cecchi Gori gongolava per gli incassi: «S’è fatto strike! ».
Nonostante i suoi film migliori (Borotalco e Compagni di Scuola) siano corali, Verdone non abbandona il fregolismo degli inizi. Si diverte ancora a studiare tic, linguaggio e gesti delle persone che incontra e tiene aperta la finestra su Roma per costruire nuovi personaggi. Il racconto dello scommettitore di piazza San Cosimato che gli ha consigliato di non giocare la vittoria del Cagliari di Zeman è un piccolo gioiello al pari del ricordo della saletta del Filmstudio che a lui e a tanti altri ha permesso di scoprire l’underground americano. Era uno di quei posti della vecchia Roma che creavano emozioni, legami, condivisione.
Ma sopravvive ancora sopra il chiacchiericcio e il rumore qualche angolo di poesia? Verdone si incupisce: «La realtà di oggi non mi piace». Slanci a vuoto. Modelli al ribasso. «Chiudono teatri, librerie, cinema. E questo vuol dire perdere un pezzo di memoria storica». A chi gli contesta un sospetto di moralismo, il regista replica: «Sono contento di esserlo. C’è troppa ignoranza e grande superficialità. Ormai siamo diventati il Paese degli aperitivi e degli I-phone». Borbottii da terrazza romana, signora mia. «Oggi non più c’è più voglia di vedere un film e di discuterne insieme». All’emozione condivisa si preferisce la solitudine plurale dei social. Dove tutti riusciamo ad essere, almeno per un quarto d’ora, Manuel Fantoni.
paolo verdone carlo verdone antonio padellaro
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