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Fulvio Abbate per “il Garantista”
Sai che ti dico? Voglio diventare il pappagallo dei talkshow. Nessuno escluso. A turno. Proprio come quello del tempo di “Portobello”. Mi metto lì, tutto coperto di piume multicolori, sicuramente identico, se non migliore e più esemplare dell’originale, e intanto loro, gli ospiti, provano a dirmi, che so?, “Spending Review” o “Deflazione” o Catricalà”, e intanto aspettano, il fiato sospeso, che ripeta la parola per tornarsene a casa soddisfatti, convinti che i talkshow stessi abbiano davvero una loro pubblica, assoluta utilità per sciogliere i nodi dialettici del paese.
Avete intuito bene, è stato proprio il ritorno immancabile dei talkshow politici nella televisione a ridosso della fine dell’estate, quasi se ne sentisse la mancanza come una menomazione sempre più lacerante, a suggerirmi proprio questo sogno, di più, questa missione professionale, che soltanto chi dovesse detestare la fantasia, l’estro, e soprattutto il bisogno di liberazione dalla noia e dalla percezione della giusta cooptazione nell’empireo mediatico d’ogni singolo conduttore, riterrà, temo, ridicolo, dettato da un ripugnante senso del travestimento da “sambodromo” di Casamicciola.
L’ho detto, desidero, insomma, essere presente, a turno, in ogni singolo programma di approfondimento – “Diciannovequaranta” di Floris”, “Ballarò” del ben arrivato Massimo Giannini, “Ottoemezzo” di Lilli Gruber, “Matrix” di Luca Telese, “Porta a Porta” di Bruno Vespa, “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, e ovviamente sarò poi da Santoro e ancora da Formigli con la sua “Piazzapulita”, insomma tutti, proprio tutti i format destinati ai dibattiti e alle discussioni folgoranti, senza rimuovere neppure “Agorà”, “Omnibus” e “L’aria che tira” di Myrta Merlino e, dimenticavo, Paragone – sogno d’essere contrattualizzato proprio come pappagallo.
Avete capito bene, voglio andare lì con lo stesso compito che aveva molti anni fa il collega psittaciforme della trasmissione “Portobello” di Enzo Tortora. La cosa funzionava e ancora procederebbe così: a un certo punto del programma, giusto poco prima che prenda a scorrere il serpentone di coda, ciascun ospite che in precedenza ha avuto modo di spiegare le proprie ragioni al pubblico in studio e a casa – può trattarsi di Matteo Renzi o magari del filosofo Massimo Cacciari o perfino del malconcio Berlusconi o addirittura delle ministre Maria Elena o Stefania Giannini o del collega Franceschini o dello stesso Di Maio del M5S – come accadeva con il pappagallo omonimo della trasmissione, dovrà provare a farmi pronunciare almeno una delle parole-chiave profondamente, giustamente, convintamente spese durante il dibattito appena avvenuto.
Parole-summa della dialettica politica e parlamentare o direttamente tratte dalle agende economiche o geopolitiche tipo, che so?, “Legge elettorale” o “Pil” o “Deflazione” o perché no, lo ripeto poiché suona assai bene in presenza di un pappagallo, “Catricalà”. Vedo bene Matteo Renzi, o chi per lui, starmi davanti a scandire con voce simpaticamente convinta “Catricalà! Ca-tri-ca-là!l Ca-tri-ca-là!!!!! Ca-tri-ca-lààààààààààààà!!!!!!!”
Lo intuisco ottimisticamente certo di ricevere in cambio che l’umano pappagallo lì presente ripeta il nome per sua viva soddisfazione. Nella quasi speranza che questo mio appello possa trovare degna risposta presso i diretti interessati, mi metto in attesa di un amichevole riscontro.
Dimenticavo, la ragione che impedisce di utilizzare il pappagallo originale, bensì impone di rivolgersi a uno scrittore sebbene succedaneo, che tuttavia cercherà di svolgere adeguatamente lo stesso compito, è presto detta: il pappagallo Portobello è scomparso nel 1995, a 45 anni. Era un "Amazzone" a fronte gialla, importato in Italia dal Brasile. Cercheremo in ogni modo di non sfigurare.
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