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ALT-ZHEIMER! - IL 40% DEI CASI DI ALZHEIMER SI PUO' PREVENIRE ADOTTANDO STILI DI VITA ADEGUATI: È FONDAMENTALE FARE ATTIVITÀ FISICA (ANCHE MODERATA), DORMIRE OTTO ORE, SEGUIRE UNA DIETA CORRETTA ED EFFETTUARE LE VACCINAZIONI COME QUELLE CONTRO HERPES ZOSTER, INFLUENZA E PNEUMOCOCCO - LA DIETA MEDITERRANEA RIDUCE IL RISCHIO DI DECLINO COGNITIVO COMPRESA TRA L'11% E IL 30%...
(ANSA) - ROMA, 26 MAR - Attività fisica moderata, riposo adeguato, dieta e vaccinazioni: si basa su questi quattro fronti la strategia anti-Alzheimer che può prevenire fino al 40% dei casi di demenza. Se ne è parlato al 26/mo Congresso Nazionale dell'Associazione Italiana di Psicogeriatria (Aip) a Padova, che ha anche fatto il punto sulle nuove opportunità terapeutiche e la diagnostica.
La parole d'ordine emersa nel corso dei lavori è la prevenzione, al centro del progetto Preve.d.i. dell'Aip, a cominciare dal camminare regolarmente, intorno ai 7.000 passi al giorno:. Questo, è stato sottolineato nel corso del congresso, può ridurre il carico di beta-amiloide e ritardare la comparsa dei sintomi cognitivi anche di diversi anni. Anche il sonno è determinante: durante la notte, il cervello attiva un sistema di "pulizia" che elimina le proteine tossiche.
Dormire meno di 6-7 ore o più di 8-9 ore è associato a un aumento del rischio di Alzheimer, mentre la durata ottimale è compresa tra le 7 e le 8 ore. Sul fronte alimentare, è stato ricordato, la dieta mediterranea si conferma un fattore protettivo, associato a una riduzione del rischio di declino cognitivo compresa tra l'11% e il 30%. Infine, anche alcune vaccinazioni routinarie - come quelle contro herpes zoster, influenza e pneumococco - sono state associate a una riduzione del rischio di demenza fino al 40%. Se questa è la strategia preventiva, sull'Alzheimer si aprono anche nuove prospettive terapeutiche e diagnostiche.
I nuovi farmaci come gli anticorpi monoclonali lecanemab e donanemab "rappresentano un passo avanti importante, ma non risolutivo - spiega Carlo Serrati, Presidente eletto Aip - Non siamo di fronte a una cura definitiva: questi trattamenti rallentano la progressione della malattia, ma richiedono una profonda riorganizzazione del sistema sanitario, a partire dalla diagnosi precoce fino alla gestione dei pazienti nel tempo".
Proprio sul fronte diagnostico vi è la possibilità, sempre più concreta, di individuare il rischio di Alzheimer attraverso un semplice esame del sangue, grazie al dosaggio di biomarcatori come beta-amiloide e tau. "Identificare precocemente i pazienti - sottolinea Angelo Bianchetti, Segretario Scientifico Aip - significa dover ripensare l'intero percorso assistenziale, oggi ancora largamente incentrato su una medicina ospedaliera non più adeguata alla gestione delle malattie croniche dell'anziano".
"L'emergere di queste evidenze - osserva Bianchetti - si inserisce in un contesto demografico in rapido cambiamento: in Italia il 24% della popolazione ha più di 65 anni e l'8% supera gli 80, ma due terzi degli anziani sono ancora autosufficienti. La sfida è evitare che l'età venga automaticamente associata a malattia o disabilità, contrastando il fenomeno dell'ageismo e promuovendo un invecchiamento attivo. La fragilità non è inevitabile: può essere prevenuta e rallentata, se si interviene in tempo".
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