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Laura Zangarini per il "Corriere della Sera"
«L' arte non è uno specchio per riflettere il mondo ma il martello con cui scolpirlo». Questa citazione di Brecht sul potere trasformativo dell'arte è l'incipit di Pussy Riot - A Punk Prayer, il film del britannico Mike Lerner e del russo Maxim Pozdorovkin vincitore del World Documentary Special Jury Prize al Sundance film Festival 2013 nella sale dal 12 dicembre distribuito da I Wonder Pictures.
Ricalcando nello stile l'estetica DIY (Do It Yourself) del collettivo d'arte femminista Pussy Riot (così lo definiscono Nadia, Masha e Katia, le tre attiviste arrestate il 21 febbraio 2012 per un'esibizione anti-Putin sull'altare della Cattedrale di Cristo il Salvatore, la più importante chiesa di Mosca), il documentario ripercorre le loro performance, gli scandali, il carcere, il processo e la condanna (due anni di reclusione), allargando l'obiettivo alla Russia di oggi.
«Nessuno pensava che la reazione del governo sarebbe stata così dura - spiega ai registi, quattro mesi dopo l'arresto delle tre militanti, una delle 10 artiste del collettivo, il volto rigorosamente coperto dal passamontagna «fluo», parte del dress code del gruppo punk femminista -. Come artisti il nostro obiettivo è di cambiare il mondo, liberando la società da pregiudizi e stereotipi. Vogliamo abbattere un sistema corrotto. Non è più tempo di chiacchiere e compromessi: serve la rivoluzione».
Un concetto che le tre ragazze riprenderanno in tribunale, chiuse, nei due mesi di durata del processo, ripreso dalle telecamere di tutto il mondo, prima in una «gabbia» con sbarre di ferro e poi in una sorta di «acquario» dove, per parlare, avranno a disposizione solo una piccola «feritoia».
Nonostante si veda chiaramente il loro disorientamento e la loro paura dietro le sbarre (soprattutto Nadia e Masha, sposate con figli, alle quali viene paventata la possibilità che i minori vengano affidati ai servizi sociali) non rinunciano a difendere le loro azioni, costi quel che costi. Rivendicando le Pussy Riot come «un tassello importante per la crescita socio-politica della Russia» e sottolineando come la loro performance abbia messo in evidenza la fragilità di un potere che si è scoperto nudo.
Spesso, quando parlano tra loro commentando le accuse di cui sono oggetto, vengono riprese e minacciate dalle guardie di sicurezza, il più delle volte donne anch'esse. Nadia, che indossa in più occasioni una t-shirt con un pugno chiuso, è spesso provocatoria: «A scrivere la sentenza - dice alla pubblica accusa - non sarà il giudice ma Putin stesso». Mentre vengono tradotte dal cellulare nell'aula di giustizia, sotto i flash di reporter e fotografi di tutto il mondo, alzano le dita in segno di vittoria.
«Noi non siamo sconfitte - dichiarano - così come non lo furono i dissidenti, che sparirono in manicomi e prigioni per aver lottato contro un sistema che usa il potere per calpestare i diritti umani del popolo russo». «Nell'aula dove si è svolto il processo alle Pussy Riot - racconta il padre di Katia alle telecamere dei registi - si sono fronteggiate due Russie che si odiano. Rifiutano di parlarsi e di capirsi». Ma Nadia, Masha e Katia, che non hanno mai fatto i nomi degli altri membri del gruppo, «hanno difeso le loro azioni a ogni costo». Questo film vuole essere un omaggio alla loro lotta coraggiosa.
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