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NON NASCONDIAMOCI DIETRO UN DITO: IL CASO GARLASCO DEVE FAR RIFLETTERE SU COME VENGONO SVOLTE LE INDAGINI E CELEBRATI I PROCESSI IN ITALIA – IL MINISTRO NORDIO INZUPPA IL BISCOTTO: “SE UNA PERSONA PUÒ ESSERE CONDANNATA SOLO AL DI LÀ DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO, COME PUOI CONDANNARE UNA PERSONA (ALBERTO STASI) CHE È STATA ASSOLTA DUE VOLTE, DA UNA CORTE DI ASSISE E DA UNA CORTE DI ASSISE DI APPELLO? NEL SISTEMA ANGLOSASSONE TUTTO QUESTO È INCONCEPIBILE” - IL PRESIDENTE DELL’UNIONE DELLE CAMERE PENALI, FRANCESCO PETRELLI: “LA VERITÀ È CHE IL NOSTRO SISTEMA PROCESSUALE FAVORISCE L’ERRORE GIUDIZIARIO A CAUSA DELLO SBILANCIAMENTO A FAVORE DELL’ACCUSA. SI TRATTA DI RIFLETTERE SULLA SCARSA CULTURA DELLA PROVA CHE CIRCOLA NEI PROCESSI”
Estratto dell’articolo di Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera”
Il disorientamento, ormai, dopo quasi 19 anni, riguarda tutti e anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, come già in passato, ieri ha voluto dire la sua, però da uomo di legge, davanti al «caso Garlasco», da lui definito «un’anomalia» a margine del convegno alla Scuola superiore della polizia penitenziaria «Piersanti Mattarella».
Già, il «caso Garlasco». Per cui c’è un colpevole, Alberto Stasi, condannato in Cassazione nel 2015 e tuttora detenuto a Bollate. E c’è, però, oggi anche un indagato per omicidio dalla procura di Pavia, Andrea Sempio, a piede libero. Solo la vittima non cambia: Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto del 2007 nella sua villetta di via Pascoli, a Garlasco.
Ed ecco cosa ha detto Nordio: «Oggi il cittadino italiano si domanda perplesso come possa esistere una situazione in cui una persona ha scontato una fortissima pena da colpevole mentre attualmente si indaga su un altro, sulla base di prove per le quali — sempre secondo l’accusa — l’autore del delitto sarebbe completamente diverso dal primo.
Ripeto: una situazione anomala che diciamo raramente si vede e io non l’ho mai vista».
E ancora: «Il ministro della Giustizia non può pronunciarsi su un procedimento in corso. Posso solo dire in via astratta, però, da cosa nasce questa situazione paradossale: nasce da una legislazione, che secondo me dovrebbe essere cambiata, ma sarà molto difficile cambiarla, per la quale una persona assolta in primo e in secondo grado può poi senza nuove prove essere condannata».
«Sia chiarissimo — ha proseguito Nordio — che io non ho la più pallida idea della dinamica del delitto e del suo autore e anche se l’avessi non lo direi. Ma ho un’idea chiara sulla dinamica della nostra legislazione, che è sbagliata. Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come puoi condannare una persona che è stata assolta due volte, da una Corte di assise e da una Corte di assise di appello? Nel sistema anglosassone tutto questo non solo non esiste ma è assolutamente inconcepibile».
Parole, le sue, che hanno scatenato il dibattito. Così, gli ha subito risposto Gian Luigi Tizzoni, il legale della famiglia Poggi, che tuttora resta convintissima della colpevolezza di Alberto Stasi. Tizzoni non condivide, per esempio, il riferimento di Nordio alla condanna definitiva del fidanzato di Chiara avvenuta «senza nuove prove».
E ha detto: «Il processo d’Appello bis non fu una mera rilettura degli atti già vagliati dai giudici precedenti, ma su indicazione della Cassazione vennero disposte tre nuove perizie e furono acquisiti nuovi elementi tra cui la bicicletta nera di Alberto Stasi e il Dna sulle unghie di Chiara» e non fu un processo lampo ma «durò otto mesi».
Pure uno dei legali di Andrea Sempio, l’avvocato Liborio Cataliotti, ha detto la sua: «Sottoscrivo umilmente le parole di Nordio. Laddove la normativa fosse interpretata in senso tale da consentire un nuovo processo a carico di persona diversa da un condannato, la normativa stessa sarebbe o incostituzionale o comunque da modificare...».
E nel dibattito si è inserito anche il presidente dell’Unione delle Camere Penali, Francesco Petrelli: «La verità è che il nostro sistema processuale favorisce l’errore giudiziario a causa dello sbilanciamento a favore dell’accusa. Si tratta di riflettere sulla scarsa cultura della prova che circola nei processi». […]
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