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PER TRUMP LA GUERRA DEL GOLFO NON È PIÙ GOVERNABILE – IL BOMBARDAMENTO DI SOUTH PARS, IL PIÙ GRANDE GIACIMENTO DI GAS AL MONDO, SEGNA UN PUNTO DI NON RITORNO NEL CONFLITTO – L’AMBASCIATORE SEQUI: “LE MINACCE IRANIANE CONTRO GLI IMPIANTI DEL GOLFO INDICANO CHE LA GUERRA È ENTRATA NELLA SUA FASE PIÙ PERICOLOSA: QUELLA ENERGETICA. E NON ESISTE UNA VERA SOLUZIONE MILITARE, MA SOLO UNA GESTIONE DEL DANNO: CONGELARE IL FRONTE ENERGETICO PER EVITARE IL COLLASSO SISTEMICO. IL PARADOSSO È CHE ISRAELE E USA COMBATTONO INSIEME MA NON PUNTANO ALLO STESSO ESITO…”
Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”
GIACIMENTO DI GAS DI SOUTH PARS
L’operazione in Iran che Trump aveva chiamato “Furia Epica” si sta rivelando per ciò che è: un “azzardo epico”. Non servivano virtù profetiche; bastava vedere che il conflitto aveva già superato il punto in cui la forza militare governa gli effetti. Lo dimostra il bombardamento israeliano di South Pars.
Non è un bersaglio qualsiasi: è il cuore energetico dell’Iran, parte del più grande giacimento di gas del mondo e nodo interconnesso con il Qatar. Colpirlo significa comprimere la vita materiale del Paese – elettricità, riscaldamento, industria – e mostrare che non è più vulnerabile solo il flusso, Hormuz, ma anche la fonte.
GIACIMENTO DI GAS DI SOUTH PARS
Quando produzione e trasporto sono entrambi esposti, la sicurezza energetica globale diventa strutturalmente instabile e la guerra perde governabilità.
Lo conferma la simultaneità delle escalation: verticale, con la decapitazione dei vertici iraniani; geografica, con l’estensione al Golfo, al Libano e alle rotte marittime; funzionale, con l’ingresso diretto di energia, traffici e politica interna americana. Quando queste dimensioni si sovrappongono, la crisi smette di essere regionale e diventa sistemica.
All’interno di questo quadro emergono paradossi decisivi. Il primo è il paradosso trumpiano. Dopo mesi passati a svalutare alleanze e multilateralismo, Trump è costretto a chiedere ai partner di garantire Hormuz, ma senza successo. Gli Usa non riescono a mobilitare alleati, non riescono a coinvolgere la Cina, non riescono a controllare l’escalation. È l’inizio di una nuova solitudine strategica americana.
benjamin netanyahu donald trump mar a lago
Il secondo è il paradosso israeliano. Israele non può invadere l’Iran e punta su una strategia indiretta: decapitazione della leadership, erosione dell’apparato coercitivo, pressione per implosione interna.
Ma questo modello funziona solo con élite divise, popolazione pronta e apparati fragili. Oggi nessuna di queste condizioni è chiaramente presente. Decapitare la leadership non distrugge lo Stato: può radicalizzarlo.
È in questo contesto che va letta l’uccisione di Ali Larijani. Non era un moderato, ma un conservatore pragmatico: proprio per questo, uno dei pochi realmente negoziabili. […]
ettore francesco sequi foto di bacco
Da qui il paradosso più pericoloso: integrazione operativa e divergenza strategica tra Usa e Israele. Combattono insieme, ma non puntano allo stesso esito. Israele mira a far cadere il regime e a lasciare un Iran più debole e frammentato, per garantirsi sicurezza ed egemonia regionale.
Gli Stati Uniti devono gestire il costo sistemico: energia, Hormuz, Golfo, consenso interno, rapporto con gli alleati, interferenze di Cina e Russia. Ciò che per Israele è coerente, per Washington può chiudere l’ultima via d’uscita.
Ed è questa la domanda centrale: esiste una via d’uscita? Se l’obiettivo è negoziare, la strada si restringe. Se è il collasso del regime, non è detto che sia possibile e il rischio è altissimo: frammentazione, guerra estesa, choc energetico duraturo, instabilità regionale.
Nel frattempo, il Golfo diventa fronte. Gli Stati della regione sono insieme nodi energetici, bersagli e attori esposti. L’Europa distingue tra interesse comune e guerra comune: vuole partecipare alla stabilità, non alla guerra.
La crisi si intreccia con l’Ucraina in modo diretto. L’aumento dei prezzi rafforza le entrate di Mosca, mentre Washington accetta la continuità di alcuni flussi energetici russi per evitare choc. [...]
donald trump xi jinping vertice apec corea del sud foto lapresse 3
Sullo sfondo si muove la Cina che beneficia di una crisi in cui gli Usa disperdono risorse e attenzione pur soffrendo dalla interruzione dei flussi energetici, ricava un vantaggio strategico: più Washington è impantanata nel Golfo, più si indebolisce nel Pacifico e si disinteressa di Taiwan.
La dinamica è ormai chiara: nessuno riesce a chiudere il conflitto, ma tutti riescono ad allargarne il costo. La guerra si estende perché nessuno può vincerla in fretta e tutti possono impedirne la chiusura.
Le minacce iraniane contro gli impianti del Golfo indicano che la guerra è entrata nella sua fase più pericolosa: quella energetica. In questa fase non esiste una vera soluzione militare, ma solo una gestione del danno: congelare il fronte energetico per evitare il collasso sistemico e riaprire uno spazio negoziale.
Ma questo implica una scelta difficile: Israele dovrebbe accettare di fermare la pressione prima di aver spezzato il regime, mentre l’Iran dovrebbe rinunciare a usare l’energia come leva di deterrenza globale. Ed è proprio questo che oggi nessuno dei due è disposto a fare.
South Pars può segnare il punto di non ritorno. La guerra non è più separabile dal sistema globale. Ogni attacco militare è anche un attacco ai prezzi, ogni escalation, una perturbazione economica.
benjamin netanyahu donald trump mar a lago
La guerra resta gestibile sul piano operativo. Ma sta diventando ingestibile sul piano sistemico.
GIACIMENTO DI GAS DI SOUTH PARS
stretto di hormuz e guerra nel golfo
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