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LA RIVOLUZIONE NON È UN PRANZO DI GALA, MA UNA CENA QUASI STELLATA - ESTRATTO STRACULT DA "MENU E DOSSIER" DI FEDERICO UMBERTO D’AMATO, L'EX CAPO DELL’UFFICIO AFFARI RISERVATI DEL VIMINALE CHE DETTE VITA ALLA “STRATEGIA DELLA TENSIONE” - D'AMATO RIVELA CHE I BRIGATISTI, DOPO I PRIMI ANNI TIRATI AVANTI A CIBI PROLETARI, SI CONCEDONO LUSSI PICCOLO BORGHESI, E INIZIANO AD ALZARE IL “LIVELLO” DELLE LORO CUCINE. LA LUNGA PRIGIONIA DELL'ASSESSORE DEMOCRISTIANO CIRO CIRILLO SI RISOLSE IN UN “FESTIVAL GASTRONOMICO”, TANTO CHE L'ESPONENTE DC ERA CONVINTO DI ESSERE PRIGIONIERO NEL RETROBOTTEGA DI UN RISTORANTE DI LUSSO. FRA I PIATTI CHE CIRILLO NON DIMENTICHERÀ VI FU UNA FUMANTE SPAGHETTATA AI FRUTTI DI MARE ARRICCHITA SULLA SOMMITÀ DA ARAGOSTINE...
Estratto da “Menu e dossier”, di Federico Umberto D’Amato (ed. Magog)
gian giacomo feltrinelli a una manifestazione
Ed infine arriva la rivoluzione di sinistra, che alle sue origini ha un capo ormai (e con ritardo) riconosciuto e la cui storia è ancora tutta da scrivere. Parlo di Gian Giacomo Feltrinelli.
Come è noto, egli era rampollo di famiglia ricchissima e non volle mai rinunciare o rinnegare gli agi e le raffinatezze che il molto denaro consente. Alla vita rivoluzionaria e ai suoi compagni, talvolta un po' sozzetti e molto morti di fame, fece qualche concessione e, quando era con loro, persino «si ingaglioffava» (come diceva Machiavelli) andando in alberghi «del pidocchietto» e in osterie infami. Ma non partecipava al rito del cibo con i suoi compagni: loro mangiavano proletariamente e lui li guardava un po' schifato, senza toccar nulla.
Si può dire che i soli motivi di differenza e di diffidenza fra il miliardario Feltrinelli e i suoi squattrinati compagni siano insorti nelle osterie e nelle tavole calde a causa di supplì
stantii e riscaldati.
FEDERICO UMBERTO DAMATO - MENU E DOSSIER
Quando arriva la scoperta dei primi covi feltrinelliani (scoperta seguita da indifferenza o addirittura ostilità da parte della grande stampa dell'epoca), l'impressione è di una pericolosa efficienza, ma anche di squallore: Feltrinelli distribuisce pochi soldi alla causa e gli "espropri proletari" non hanno ancora avuto inizio.
Nel covo milanese di via Subiaco, Giuseppe Saba si nutriva con una pentola di fagioli mentre nel covo di via Bajardo, sempre a Milano, ove era stata attrezzata la prima "prigione del popolo" (che avrebbe dovuto essere un inquietante segnale), le provviste alimentari consistevano solamente in un po' di scatolame.
Ma poi la guerriglia si organizza, gli espropri fruttano montagne di soldi e l'intendenza comincia a beneficiarne. I covi spuntano a centinaia, e i loro abitanti e frequentatori si impongono un ritmo di vita regolare e piccolo-borghese idoneo a non dare nell'occhio.
GIAN GIACOMO FELTRINELLI ALLA GUIDA DELLA SUA CITROEN DS
Questo anche per quanto riguarda l'alimentazione, basata soprattutto sulle compere ai supermarket per evidenti motivi di mimetizzazione ed anche perché in questi magazzini è possibile fare anonimamente acquisti di grossi quantitativi di viveri (necessari soprattutto quando il covo ospita un prigioniero e i suoi guardiani).
Le riserve alimentari consistono soprattutto in scatolame, pasta, salumi, formaggi. Da molto tempo non mi occupo più di sovversione politica e traggo le notizie che seguono da indicazioni datemi da altri funzionari inquirenti.
I "prigionieri del popolo" sono stati trattati quasi sempre in modo soddisfacente dal punto di vista alimentare, sia perché il "sistema carcerario proletario" ha dovuto darsi una sua rispettabilità e sia perché è noto che i brigatisti hanno fruito nelle prigioni dello Stato borghese di una più che buona condizione gastronomica.
Nelle prigioni italiane la carcerazione preventiva sarà un po' troppo lunga, ma l'attesa è confortata da un'alimentazione spesso superiore a quella che i detenuti si concedono quando sono liberi. II primo "prigioniero del popolo", il giudice Sossi, mangio abbastanza correttamente e così, qualche anno dopo, il suo collega D'Urso nelle mani di Senzani. Sorte meno fortunata capitò al giudice Di Gennaro, prigioniero dei NAP, trattato a biscotti ed acqua.
La lunga prigionia dell'assessore democristiano Cirillo si risolse addirittura in un festival gastronomico, tanto che egli si convinse di essere tenuto prigioniero nel retrobottega di un ristorante di lusso. Invece, si occupava di lui la dottoressa Rosaria Perna (che poi passò fra i pentiti) e che cucinava secondo la buona tradizione partenopea.
Fra i piatti che Cirillo non dimenticherà vi fu una fumante spaghettata ai frutti di mare arricchita sulla sommità da aragostine. Il generale Dozier fu nutrito in modo corretto. Si occupavano del suo sostentamento Emilia Libera ed Emanuela Frascella, entrambe poi pentite. Le due ragazze cucinavano abbastanza bene, anche se gli investigatori restarono inorriditi nel vedere la sporcizia e il disordine con cui venivano tenute le derrate, soprattutto scatolame e verdure, nel covo di via Pindemonte a Padova.
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