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Paolo Conti per il “Corriere della Sera - Roma”
È buona norma giornalistica non scrivere mai articoli usando la prima persona. Ma stavolta i lettori mi scuseranno perché vorrei parlare del grande fotografo Marcello Geppetti che David Schonauer, editore di American Photo, definì «il fotografo più sottovalutato della storia» durante una mostra organizzata nel 1997 alla Robert Miller Gallery di New York.
Io ho lavorato con Marcello Geppetti, da giovanissimo apprendista cronista, a «Momento sera» tra il 1975 e la fine del 1977. Ai tempi ignoravo la sua grandezza di autentico narratore della Dolce Vita e di un' intera stagione sociale, culturale, politica di questo Paese.
Per me era solo il formidabile collega fotografo col quale si partiva, di solito poco dopo l' alba (era un quotidiano che usciva nel primo pomeriggio) per raccontare un delitto, un clamoroso incidente stradale, una manifestazione. Aveva l' eterna sigaretta tra le labbra. Ascoltava l' incarico del capocronista, chiedeva pochissimo di più, mi guardava e bastava un «annàmo». Andiamo.
Il giornalismo si fa sul posto, e questa è stata la sua vita. Notavo che non si entusiasmava né si demoralizzava mai. Semplicemente perché aveva visto tutto, e non è un modo di dire.
Se n' è andato molto presto, nel 1998 a 65 anni. Prima che la riscoperta della Dolce Vita invadesse l' immaginario collettivo degli anni Duemila, tra nostalgia e imitazione (spesso scadente). Adesso i suoi eredi hanno lavorato su un archivio sterminato e rimasto in gran parte inesplorato per anni.
Da qualche settimana è aperta al pubblico la «Dolce Vita Gallery» in via Palermo 41, che espone la sua vasta opera e vende multipli al pubblico. Ne sarebbe felicissimo, c' è da scommetterci.
Marcello Geppetti non fu solo un «paparazzo», anche se a lui si deve lo scatto storico del «bacio dello scandalo» tra Liz Taylor e Richard Burton nel giugno 1962 a Ischia (lei era ancora sposata con Eddie Fisher).
Così come è firmata Geppetti l' indimenticata foto di Anita Ekberg che si difende dai fotografi nel 1960 armata di arco e frecce davanti alla sua villa romana. Per non parlare dello scatto-cult di Audrey Hepburn in una panetteria romana nel 1961 o di Brigitte Bardot sul set romano de «Il disprezzo», nell' aprile 1963.
Marcello fermò sulla pellicola pezzi di storia italiana: i primi passi di Valentino sulla via del successo, i sussulti del '68, la regina Elisabetta II a Roma nel 1961, Jane Fonda alle manifestazioni femministe romane nel 1972, Robert Kennedy a Trinità dei Monti nel 1967, Andreotti all' ippodromo, gli anni di piombo, innumerevoli set cinematografici (ecco Fellini, Mastroianni, e la Loren abbronzatissima o Anna Magnani a spasso col cane a via Veneto).
Gli scatti sono diversissimi tra loro ma accomunati dallo stesso stile, da una identica estetica: la pura e assoluta verità, la mancanza di qualsiasi compiacimento (del fotografo e dell' oggetto della fotografia).
Nessuna finzione. Perché (insegnava sempre Flaiano) la realtà supera fatalmente la fantasia. Sicuramente il New York Times e Newsweek capirono Geppetti assai meglio di noi italiani, visto che lo paragonarono a Henri Cartier-Bresson e a Weegee.
Così come compresero la sua grandezza Time Magazine, Life e Vogue che stamparono sue opere.
Adesso, in via Palermo, ecco tutto il lavoro di Geppetti, finalmente ben archiviato e doverosamente contestualizzato. C' è anche lui, in un ritratto, col sorriso che ricordo perfettamente bene, così come ho nelle orecchie la sua voce roca.
Insomma, a poco più di vent' anni lavorai con un Grande della fotografia e non lo sapevo. Per me era solo un fantastico collega reporter. Ma ho avuto fortuna, mi ha insegnato come ci si muove da cronisti su strada. Queste righe sono un grazie, tardivo ma che viene dal cuore.
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