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Alberto Mattioli per "la Stampa"
Si tratta della più colossale campagna di interventi chirurgici nella storia della sanità francese. Trentamila donne dovranno farsi espiantare le protesi al seno della marca Pip, potenzialmente cancerogene. La decisione finale sarà presa solo venerdì, ma è certo che le autorità sanitarie lanceranno un appello a tutte le donne interessate perché ricorrano al chirurgo:
«Per me, non si tratta di applicare un principio di precauzione, ma di prevenzione», spiega il professor Laurent Lantieri, star dei chirurghi plastici francesi e membro della commissione che si sta occupando del caso. E l'allarme arriva anche in Italia, dove 4-5 mila donne avrebbero protesi di questo tipo. Il ministero della Salute ha infatti convocato per domani mattina il Consiglio Superiore di Sanità in modo da affrontare la questione.
Lo scandalo è enorme. Tutto nasce dalla società Pip, Poly Implant Prothèse, con sede nel Var, vicino all'Italia, fondata nel 1991 e oggi fallita, che è stata la numero tre nel settore a livello mondiale, arrivando a produrre 100 mila protesi all'anno, l'80% per l'esportazione, specie in Inghilterra e in Spagna.
Si è scoperto che, a metà degli Anni Duemila, la Pip iniziò a utilizzare per le sue protesi un gel al silicone non conforme, dieci volte meno costoso di quello conforme, risparmiando così un milione di euro all'anno. Nel marzo 2010, le protesi furono ritirate dal commercio. Ma c'erano già 30 mila francesi che avevano «due bombe in corpo», come ha dichiarato una di loro a «Libération».
Pare che sulla pericolosità di queste protesi non ci siano dubbi. Il silicone taroccato è più fragile e le protesi si possono spezzare, provocando infezioni o tumori. Sono già segnalati otto casi (cinque di cancro al seno, due di linfomi e uno di leucemia) e una vittima: 2.172 querele sono già state presentate alle Procure della Repubblica. Ma i processi non inizieranno prima della fine del 2012. L'unico imputato di cui si conosca il nome è, al momento, Jean-Claude Mas, fondatore della Pip.
In ogni caso, ha riassunto Lantieri a «Libé», «siamo di fronte a una crisi sanitaria causata da una truffa. Tutta la professione ne è cosciente. Non c'è urgenza, ma non abbiamo scelta: bisogna ritirare tutte queste protesi». Poi è andato in televisione a spiegare che «non è che i seni esploderanno fra Natale e Capodanno», quindi l'intervento va sì fatto, ma non è necessario farlo subito.
à chiaro che le autorità vogliono evitare il panico. E gestire con ordine un'emergenza che pone una lunga serie di problemi, anche pratici. Molte donne non sanno o hanno dimenticato di che marca sono le protesi che si portano addosso. Chi ha dei dubbi è già stata invitata a contattare i chirurghi che le hanno operate. Ma resta in ogni caso la necessità di ritrovare e avvisare tutte le vittime.
Ultima domanda: chi paga? Al momento, annuncia Valérie Pécresse, ministro del Bilancio e portavoce del governo, l'ipotesi è che l'intervento di espianto sia a carico della Sicurezza sociale. I dissapori iniziano per il reimpianto della nuova protesi. L'idea del governo è quello di rimborsarlo alle pazienti che hanno dovuto fare il primo impianto per ragioni di salute (per esempio, dopo un intervento per il cancro al seno) e di farlo pagare a quelle che l'hanno fatto per ragioni estetiche.
Ma Alexandra Blachère, presidentessa dell'Associazione delle vittime, obietta che era compito dello Stato vegliare che sul mercato non finissero delle protesi killer. Anche su questo, decisione rimandata all'antivigilia di Natale.
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