tienimi presente

IL CINEMA DEI GIUSTI - ALBERTO PALMIERO NELLA SUA DIVERTENTE, LEGGERA OPERA PRIMA, “TIENIMI PRESENTE”, DESCRIVE QUEL PERIODO TERRIBILE CHE DIVIDE LA GIOVINEZZA DAL LAVORO, LA DIPENDENZA DAI GENITORI DALL’INDIPENDENZA. È QUELLO CHE IN TANTI DI NOI HANNO REALMENTE PASSATO TRA I 20 E I 30 ANNI. QUANDO SEMBRA CHE NON CI SIA UNO SPIRAGLIO PER FARE QUEL CHE SI VORREBBE FARE - PALMIERO COSTRUISCE IL SUO PERSONAGGIO DI NEOREGISTA GIÀ IN CRISI CON MOLTA GRAZIA E RISPETTO PER TUTTA UNA GENERAZIONE CHE SI SENTE UN PO’ ILLUSA DAL CINEMA...  - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

 

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“Nella vita ci vuole concretezza”, è la frase che il padre del giovane regista e protagonista, Alberto Palmiero, si sente dire dal padre. Ma è la madre che spinge il marito a dirlo al figlio. Come spesso accade nelle case degli italiani. In fondo non ci crede neppure lui.

 

Devo dire che quello che descrive Alberto Palmiero nella sua divertente, leggera, allegra, opera prima, “Tienimi presente”, prodotta da Gianluca Arcopinto e dalla Kavac Film di Simone Gattoni e Marco Bellocchio, distribuito da Fandango, è quello che in tanti di noi abbiamo realmente passato tra i 20 e i 30 anni coi nostri genitori, con gli amici, più o meno in provincia. Quando sembra che non ci sia uno spiraglio per fare quel che si vorrebbe fare. 

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Neppure la volontà di alzarsi dal letto e fare la propria vita. E ancora oggi uno si chiede come ha fatto a superare quel periodo terribile che divide la giovinezza dal lavoro, la dipendenza dai genitori dall’indipendenza. Il peggio passo è quello dell’uscio, diceva mio padre e diceva mia nonna. Il neoregista che non sa cosa sperare dalla vita e vive in provincia, in questo caso nella provincia di Caserta, indeciso sullo smettere o meno di sognare il cinema e adattarsi magari a qualcosa di meno creativo, è una figura che ben conosciamo.

 

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Una figura che ri onosciamo come tragica, grottesca e divertente dai tempi dei primi film di Nanni Moretti. E non ce ne siamo mai liberati. Devo dire però che Alberto Palmiero costruisce il suo personaggio di neoregista già in crisi con molta grazia e rispetto per tutta una generazione che si sente un po’ illusa dal cinema. L’inizio, con i ragazzi che raccontano cosa sarà il loro film, il pitch, ai possibili produttori in quel di Venezia durante il Festival, è favoloso, perché si svolge tutto esattamente così.

 

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Coi produttori, in questo caso Arcopinto, che dicono a molti la stessa cosa. E anche lo scivolamento del neoregista nella professione della comparsa, per guadagnare qualcosa, che lo mette vicino a un vero regista, in questo caso Bellocchio che gira Portobello, è qualcosa di vero. E per fortuna che c’è lo scudetto del Napoli, un Pulcinella che arriva in sogno, una fidanzata, un amico che gli indica la strada, a non far precipitare tutto verso una sconfitta.

 

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Basta piangere, basta con le lagne da cinema di papà, di intellettuali in crisi. Palmiero, come i registi di tante opere prime delle produzioni povere ma dignitose di Arcopinto o di Galliano Juso, penso al recentissimo “Mangia” di Anna Piscopo, non si piange mai addosso. Si mette in scena, fa della sua condizione una commedia, un argomento da cinema. Delicato, intelligente, piacevole. Da vedere. Già in sala. Contro Sanremo, ahimé. 

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