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shorja market, baghdad. iraq, 2012
Quando il muro di Berlino venne giù, il 9 novembre 1989, il giovane studente di fotografia Kai Wiedenhöfer si trovava a Essen, a 300 miglia di distanza. Ricevette la telefonata da uno dei suoi docenti: «Vai a Berlino di corsa. Il muro sta cadendo. E’ roba grossa».
Wiedenhöfer saltò in macchina con alcuni compagni e alle quattro del mattino si trovò a Potsdamer Platz. Nei giorni successivi immortalò lo smantellamento e il passaggio della gente da est a ovest, ma, da allora, sono state erette molte altre barriere, circa seimila miglia di muri nel mondo.
Così, nel 2003, Wiedenhöfer ha iniziato a fotografarli tutti, in un progetto durato sette anni. Ha scattato foto al muro che separa la Palestina da Israele, a quello tra Arizona e Messico, la rete di ferro alta 6 metri che divide il Marocco dall’avamposto spagnolo di Melilla, Bryston Street a Belfast. La cosa più strabiliante? La somiglianza visiva che rende indistinguibili Baghdad e Nogales, perché spiega il fotografo: «Quando alzi barriere, la la gente se ne va e la zona muore».
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