FLASH! – NESSUN GIORNALE HA MESSO IN RILIEVO UN FATTO MAI SUCCESSO PRIMA: QUEL DISTURBATO MENTALE…
I PASDARAN TENGONO TRUMP PER LE PALLE – MENTRE IL TYCOON HA FRETTA DI TROVARE UN ACCORDO PER RIAPRIRE HORMUZ, L’IRAN PRENDE TEMPO SULLA PROPOSTA AMERICANA E USA LA LOGICA DELL’“ASSEDIO PERMANENTE” – L’AMBASCIATORE SEQUI: “LA CASA BIANCA HA UN PROBLEMA ENORME. PER ANNI IL CONFRONTO TRA USA E IRAN SI È CONCENTRATO SUL NUCLEARE. OGGI IL VERO CENTRO DELLA CRISI È HORMUZ. LO STRETTO NON È PIÙ SOLTANTO UNA ROTTA ENERGETICA. È IL CENTRO OPERATIVO DELLA COERCIZIONE RECIPROCA. QUANDO DIRIGENTI IRANIANI AFFERMANO CHE ‘HORMUZ VALE QUANTO UNA BOMBA ATOMICA’, INTENDONO CHE IL POTERE DIPENDE SEMPRE PIÙ DAL CONTROLLO DEI FLUSSI: ENERGIA, DATI, AI…”
Esttratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”
CARTELLONE SULLA CHIUSURA DELLO STRETTO DI HORMUZ A TEHERAN
Washington e Teheran continuano a parlare di possibile intesa. Trump lascia filtrare ottimismo e insiste sull'idea che un accordo possa arrivare rapidamente. L'Iran invece prende tempo, dice di stare «esaminando» la proposta americana ed evita di rispondere.
Ma mentre le diplomazie parlano, le petroliere iraniane vengono intercettate nel Golfo, Israele intensifica i raid in Libano, Hormuz resta militarizzato, Washington sanziona aziende cinesi accusate di aiutare Teheran e l'Iran annuncia una nuova "Autorità dello Stretto", tentando di trasformare Hormuz da choke point geografico in leva di sovranità strategica.
ettore francesco sequi foto di bacco (1)
[…] La tregua esiste formalmente, ma strategicamente siamo dentro una tregua armata in cui diplomazia ed escalation convivono simultaneamente. È anche per questo che Trump usa un linguaggio sempre più rivelatore.
Prima "mini-war". Poi "trifle", sciocchezza. È una "miniaturizzazione" semantica della guerra. Dietro questa scelta c'è una logica precisa: la Casa Bianca ha un problema enorme.
La crisi dura più del previsto, costa più del previsto e rischia di pesare politicamente molto più del previsto. Trump deve convincere mercati, alleati e opinione pubblica che Washington mantiene l'iniziativa. L'ottimismo negoziale serve anche a contenere prezzi del petrolio, inflazione e paura di un'escalation regionale.
donald trump - stretto di hormuz
Teheran vede però la situazione in modo opposto. Per l'Iran questa non è una normale trattativa diplomatica. È una trattativa sulla sopravvivenza del regime. Per questo il linguaggio diventa lento, ambiguo, prudente.
Gli iraniani temono tre cose: apparire deboli, ammettere implicitamente che la pressione americana funzioni e, soprattutto, implodere internamente.
Dunque, l'Iran non ha fretta. Non soltanto per diffidenza verso Washington e perché ritiene gli USA meno resilienti, ma perché il regime attraversa la più profonda redistribuzione del potere dalla rivoluzione del 1979: la progressiva "pasdaranizzazione" del sistema.
STRETTO DI HORMUZ - PETROLIERE
Khamenei aveva tenuto in equilibrio clero, Pasdaran, apparato economico e sicurezza. Ora quell'arbitro non c'è più e il potere scivola verso una leadership militare-collettiva cresciuta nella logica dell'assedio permanente.
Non è ancora una dittatura militare, ma una Repubblica islamica formalmente religiosa e sempre più securitaria-militare. E la guerra sta accelerando questa trasformazione.
Qui emerge la vera frattura del regime. I pragmatici temono che una guerra lunga distrugga economia e stabilità del sistema. I falchi pasdaranizzati, invece, vedono la pace come più pericolosa della guerra: la pace riporta proteste e domande di normalizzazione; la guerra militarizza la società, comprime il dissenso e rafforza la logica dell'assedio.
donald trump al golf club di di Sterling in Virginia
[…] Per anni il confronto tra Usa e Iran si è concentrato sul nucleare. Oggi il vero centro della crisi è Hormuz. Lo Stretto non è più soltanto una rotta energetica. È il centro operativo della coercizione reciproca. Quando dirigenti iraniani affermano che «Hormuz vale quanto una bomba atomica», intendono che il potere dipende sempre meno dal territorio e sempre più dal controllo dei flussi: energia, shipping, dati, AI, supply chain.
L'Iran sa di non poter battere militarmente gli USA. Ma pensa di poter aumentare enormemente il costo sistemico per Washington. E, in parte, sta riuscendo a farlo.
Perché il vero problema dell'Amministrazione Trump non è colpire l'Iran. È proteggere simultaneamente libertà di navigazione, stabilità energetica, credibilità navale, equilibrio regionale e mercati globali.
Ed è qui che la crisi iraniana si intreccia con la competizione USA-Cina. Hormuz, Taiwan, AI, chip, energia e supply chain stanno convergendo dentro un unico sistema strategico globale.
La trasformazione del regime iraniano è anche psicologica: per decenni Teheran ha definito la vittoria in termini di "espansione". Oggi invece il successo coincide sempre più con la semplice sopravvivenza: non crollare, resistere.
post di donald trump sulla morte di khamenei e la distruzione delle forze armate iraniane
È un cambiamento gigantesco. Ed è qui che emerge forse il concetto più importante dell'intera crisi: la "proxyficazione" dello Stato iraniano.
Teheran, infatti, ha costruito in passato una galassia di attori asimmetrici progettati per resistere e logorare. Ora quella logica sta cambiando. L'Iran comincia a comportarsi come il proxy di sé stesso: disperso, asimmetrico, resiliente, ossessionato dalla sopravvivenza. Ed è forse questa la vera conclusione geopolitica della crisi.
Gli Usa cercano di capire come arginare l'Iran. L'Iran invece è già entrato in una fase di "sopravvivenza armata permanente". Questo è il paradosso: Washington pensava di contenere la Repubblica islamica. Rischia invece di contribuire alla nascita di un Iran più militarizzato, più clandestino, più resiliente e organizzato attorno alla logica dell'assedio permanente.
DONALD TRUMP - CONFERENZA STAMPA DOPO L ATTENTATO ALLA CENA DEI CORRISPONDENTI DELLA CASA BIANCA
pasdaran
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