DAGOREPORT - CHE VISIBILIA IN VIA SOLFERINO! “SANTANCHÈ CEDE A MELONI”, TITOLAVA COSÌ A CARATTERI…
SI FA PRESTO A DIRE VOTO ANTICIPATO! DAVANTI A UNA PULSIONE ELETTORALE, MATTARELLA PRENDEREBBE PER UNA RECCHIA GIORGIA MELONI E LE DIREBBE: "PERCHÉ ANDARE AL VOTO SE IN PARLAMENTO IL GOVERNO HA LA FIDUCIA E UNA MAGGIORANZA COESA?" (IL CENTRODESTRA DOVREBBE ORCHESTRARE UN CASUS BELLI PER GIUSTIFICARE LE URNE) - E LA DUCETTA COME SPIEGHEREBBE AL PAESE UN RITORNO ALLE URNE (CHE A LEI CONVERREBBE INVECE DI FARSI LOGORARE) CON DUE GUERRE IN CORSO E UNA CRISI ENERGETICA ED ECONOMICA PESANTISSIMA? – “LA STAMPA” CONFERMA CHE LA PREMIER E' FINITA IN UN VICOLO CIECO: “È EVIDENTE CHE SIAMO DAVANTI A UNA SITUAZIONE DI CONFUSIONE POST TRAUMATICA. PERALTRO AGLI ESIMI STRATEGHI DELL'ORDALIA FINALE (IL SOLITO FAZZOLARI) SEMBRA SFUGGIRE CHE, A LEGGE ELETTORALE VIGENTE, NON È DETTO CHE DALLE URNE ESCA UNA MAGGIORANZA STABILE, RAGIONE PER CUI, PRIMA DEL VOTO, LA STESSA MELONI VOLEVA METTERCI MANO. SAREBBE UN CASO DI SCUOLA DI COME RIMANERE VITTIME DELLE PROPRIE MACCHINAZIONI...”
Alessandro De Angelis per la Stampa – Estratti
Accadde, per qualche mese, anche a Matteo Renzi, dopo la fatal sconfitta al suo referendum: l'orologio politico di una stagione si ferma lì, davanti allo spoglio dei risultati. Come davanti a un trauma che, per entità, non ti aspetti.
giorgia meloni sergio mattarella consiglio supremo difesa 6
E l'animo umano si trincera nell'illusione di poter ritornare, prima o poi, nelle certezze di una comfort zone rimasta tutto sommato integra. Si chiama, tecnicamente, rimozione del principio di realtà, per evitare il doloroso processo di una messa in discussione di sé come presupposto dell'adattamento al contesto mutato.
È esattamente quel che sta accadendo a Giorgia Meloni.
A una settimana dalla botta, ancora non si capisce quale sia la sua analisi di quel che è successo e come intenda andare avanti. Né qualcuno, tra i tanti sodali e cantori del "Menomale del Giorgia c'è", piuttosto solerti nell'attitudine all'altrui dileggio, si cimenta nella nobile arte dell'autocritica, forse perché partecipe dello stesso spiazzamento.
L'afonia complessiva di un mondo ne disvela una fragilità tanto profonda quanto impolitica. Insomma, non ci voleva una Cassandra per prevedere che gli altri, tutti assieme e su un voto "contro", avrebbero potuto vincere.
Stupisce lo stupore. Ma proprio lo stupore racconta di un distacco dal principio di realtà antecedente all'epifania popolare: una vittoria e un governo vissuti nell'onnipotenza di una rivincita storica in nome del popolo. Una sorta di unzione messianica, data una volta per tutte.
Ed è così che, nella crisi di oggi, la postura di Giorgia Meloni non è quella di chi sente di non aver compreso quel che si muoveva nel Paese – e dunque spiega – ma dell'incompreso che sposta il problema ovunque purché fuori da sé. Così suscettibile e irritata nell'umore da mandare un adirato messaggio notturno a Ismaele La Vardera, oggi deputato regionale siciliano, prima giornalista delle Iene.
Anni fa colse l'occasione della sua candidatura a Palermo, sostenuta da Lega e Fdi, per una video-inchiesta a telecamera nascosta sul sottobosco non proprio brillante di quei mondi. Non prevedere che avrebbe denunciato pubblicamente il brutto messaggio è segno di un'inquietudine, di nottatacce passate a rimuginare, di una serenità da ritrovare.
La storia in atto è quella del dito e la luna. Ove il dito, ad esempio, è prima la ricerca dei capri espiatori, per non ammettere le proprie responsabilità, poi l'avvitamento sul famoso rimpasto.
La via maestra sarebbe stata una presa d'atto in Parlamento ove illustrare un nuovo inizio e una nuova squadra. E invece si parla di questa o quella casella, ma senza un disegno d'assieme, perché un Meloni bis romperebbe la narrazione del governo dei record temporali.
giorgia meloni e sergio mattarella - consiglio supremo della difesa
E soprattutto perché, se la premier aprisse davvero il dossier, si dovrebbe misurare un problema gigantesco: Matteo Salvini che chiede il Viminale. La ragione sostanziale per cui la volta scorsa fu impedito erano le sue simpatie putiniane, ma c'era il processo Open Arms come ragione di opportunità per negarglielo.
Da assolto, resta solo Putin ed è una bella grana.
Sempre a proposito di avvitamenti, va assai di moda la chiacchiera sul voto anticipato, che è il contrario del rimpasto per durare: un nuovo plebiscito, assecondando la propria natura, ove le formule dell'orgoglio – «noi contro gli altri», «non ci faremo rosolare» – si basano sempre sulla famosa rimozione dei dati di realtà. Che, ad esempio, chiamano in causa l'Iran e il contesto internazionale, come ha ricordato il saggio Guido Crosetto. E poi, come la mettiamo sempre con la retorica del record di stabilità?
È abbastanza evidente che siamo davanti a una situazione di confusione post traumatica. E c'è da scommettere che, a freddo, prevarranno altri elementi di valutazione.
Uno, di puro buonsenso, lo porrebbe a Giorgia Meloni il Quirinale: perché vuole andare al voto se in Parlamento ha la fiducia e una maggioranza piuttosto coesa, e come lo spiega al Paese?
Peraltro agli esimi strateghi dell'ordalia finale – dicono: il solito Fazzolari – sembra sfuggire che, a legge elettorale vigente, non è detto che dalle urne esca una maggioranza stabile, ragione per cui, prima del voto, la stessa Giorgia Meloni voleva metterci mano. Sarebbe un caso di scuola di come rimanere vittime delle proprie macchinazioni.
Come sempre accade in questi casi, il tempo può aiutare a smaltire i turbamenti.
Chissà, magari tra un po'la premier si accorgerà che, volendo, si può votare nell'autunno del 2027
GIORGIA MELONI - IGNAZIO LA RUSSA - SERGIO MATTARELLA - 25 APRILE 2025 - FOTO LAPRESSE
giorgia meloni matteo salvini
giovanbattista fazzolari e giorgia meloni
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