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Francesca Sforza per La Stampa
“Siamo un governo femminista e questa foto lo dimostra”, aveva dichiarato non più di dieci giorni fa la vicepremier svedese Isabella Lovin, mentre firmava un importante provvedimento per ridurre le emissioni di gas nocivi entro il 2045, circondata da sette sue colleghe ministre di cui una chiaramente incinta.
La foto aveva superato i confini della Svezia perché alcuni grandi giornali internazionali, tra cui il Guardian, vi avevano visto una chiara reazione di sfida all’amministrazione di Donald Trump, che pochi giorni prima aveva firmato invece un provvedimento contro l’aborto, circondato da soli uomini.
Ieri il governo femminista svedese è tornato a far parlare di sé, stavolta però finendo sotto una pioggia di critiche. La prima goccia è arrivata dal tweet di Hillel Neuer, direttore dell’ong Un Watch con sede a Ginevra: “La marcia della vergogna: le svedesi del primo governo femminista sfilano velate davanti al presidente iraniano Rohani”. A seguire un articolo di denuncia, in cui si esprimeva disappunto e sconcerto per “il primo governo femminista” che in palese tradimento dei suoi stessi principi si presentava incappottato e a capo coperto “in ossequio a leggi oppressive che rendono obbligatorio l’uso del Hijab”.
La ministra del commercio Ann Linde, che guidava la delegazione svedese a Teheran, ha risposto che l’unica alternativa alla violazione della legge iraniana sarebbe stata mandare una delegazione di soli uomini, quindi piuttosto che creare una tale incresciosa situazione, si è preferito piegare il capo, e velarlo.
Qualche tempo fa l’attivista iraniana Masih Alinejad, in un video, aveva chiesto alle donne occidentali rappresentanti delle istituzioni di non sottostare all’obbligo del velo: “Non si può essere così ipocriti da voler mettere al bando il burkini in Francia - spiegava Alinejad nel suo appello - e poi accettare l’obbligo di velo se vi va in visita in Iran a parlare di affari”.
Oltretutto si tratta di un obbligo religioso, di una consuetudine severamente conservata, non di un principio inviolabile del diritto internazionale. E non le parlate di rispetto per la cultura altrui, perché vi risponderà che quella del velo non è la sua legge, né tantomeno la sua cultura. A differenza delle femministe alfa, però, Masih e molte altre donne come lei, con l’obbligo di velo sono costrette a conviverci. Anche grazie a chi non si ribella (alla fine, cosa sarebbe successo mai?)
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