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AVANTI, SCIENZA – UN TEAM DI RICERCATORI STATUNITENSI HA INDIVIDUATO IL FATTORE CHE PREDICE L’ARRIVO DELL’ALZHEIMER: STUDIANDO IL LIQUIDO SPINALE, HANNO DIMOSTRATO CHE LA COMBINAZIONE DI DUE PROTEINE ANTICIPA L’INSORGENZA DELLA MALATTIA - UN ALTRO GRUPPO DI STUDIOSI HA MESSO A PUNTO UN NUOVO TEST SPERIMENTALE, UNA SEMPLICE ANALISI DEL SANGUE CHE NON SOLO AIUTA A DIAGNOSTICARE LA MALATTIA MA RIESCE ANCHE A MISURARNE LA GRAVITÀ…
La possiamo chiamare “firma proteica”, è un’informazione che fa fare il salto di qualità nella possibilità di predire l’arrivo dell’Alzheimer. È quanto i ricercatori Usa della Stanford University sono riusciti a dimostrare: una nuova formula individuata dall’analisi del liquido spinale, con al centro la combinazione di due proteine, un biomarcatore, dicono, che “anticipa la futura resilienza cognitiva tra le persone con malattia di Alzheimer”.
Lo studio, pubblicato su Nature, apre a nuovi traguardi. Secondo gli autori “potrebbe aiutare ad affrontare la necessità di marcatori più sensibili del cambiamento cognitivo negli studi clinici terapeutici di farmaci per il trattamento dell’Alzheimer”.
Sempre sull’Alzheimer, nel contempo, in un secondo studio, i ricercatori della Scuola di Medicina dell'Università di Washington a St. Louis e della svedese Lund University, hanno messo a punto un nuovo test sperimentale, una semplice analisi del sangue che non solo aiuta a diagnosticare la malattia ma, diversamente da altri test in uso, riesce anche a misurarne la gravità.
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Entrando nel merito, utilizzando l'apprendimento automatico (algoritmi) gli scienziati hanno portato alla luce un rapporto, tra le due proteine sinaptiche YWHAG e NPTX2, che può indicare in modo più marcato il fatto che dentro al nostro cervello stia per avvenire il deterioramento cognitivo provocato dall’Alzheimer. Un indicatore che, dicono, è molto più affidabile rispetto agli attuali biomarcatori gold standard.
I ricercatori hanno scoperto che un aumento del rapporto (ad esempio YWHAG:NPTX2) era associato a un deterioramento cognitivo più elevato e a una maggiore probabilità di demenza.
È stato rilevato che questo rapporto aumenta con l'invecchiamento normale, a partire da una fase precoce della vita, ed è predittivo dell'insorgenza e della progressione della malattia.
Parallelamente, un secondo gruppo di ricerca, si è mosso su un altro fronte, sempre con l’obiettivo di studiare la possibilità di anticipare l’arrivo dell’Alzheimer. Ciò è avvenuto grazie a un nuovo test, per ora sperimentale: un’analisi del sangue che va oltre la diagnosi della malattia, perché è in grado di misurarne la gravità. Diversamente degli altri test in uso, quello realizzato dai ricercatori della Scuola di Medicina dell'Università di Washington a St. Louis e della svedese Lund University, può stimare il grado di degenerazione cognitiva, con un'accuratezza del 92%.
Lo studio è stato pubblicato su Nature Medicine e apre un nuovo orizzonte sul fronte della cura dell’Alzheimer: il perfezionamento di trattamenti su misura in base allo stadio in cui si trova la malattia, cosa che può aiutare i medici a capire quali pazienti possano avere maggiori benefici dalle terapie disponibili.
Posto che l'Alzheimer comporta l'accumulo nel cervello di placche della proteina ?-amiloide, seguita nel giro di pochi anni da grovigli di un'altra proteina chiamata tau, i sintomi cognitivi emergono proprio quando questi grovigli diventano rilevabili e progrediscono di pari passo.
L'accumulo delle molecole può essere visto grazie a una scansione Pet, metodo accurato ma lungo, costoso e non sempre disponibile.
Per questo, i ricercatori coordinati da Randall Bateman dell'Università americana e da Oskar Hansson dell'Ateneo svedese, hanno cercato un'altra via. E così hanno scoperto che i livelli della proteina MTBR-tau243 nel sangue riflettono con precisione la quantità di grovigli tau nel cervello, e quindi misurano la progressione della malattia.
“Questo esame del sangue identifica chiaramente i grovigli di tau, che rappresentano il nostro miglior biomarcatore dei sintomi dell'Alzheimer e della demenza”, ha sottolineato Bateman. Mentre Kanta Horie, dell'Università di Washington, co-autore dello studio, ha detto: “Stiamo per entrare nell'era della medicina personalizzata per l’Alzheimer. Quando avremo trattamenti che funzionano nelle diverse fasi della malattia, i medici saranno in grado di scegliere quello ottimale per ciascun paziente”.
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