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“A VEDERE TADEJ POGACAR CHI PENSEREBBE AL PIÙ ECCEZIONALE ATLETA CHE ABBIA MAI AVUTO LO SPORT CICLISTICO?” – DOMENICO QUIRICO ABBANDONA PER UNA VOLTA LA GEOPOLITICA PER CANTARE LE IMPRESE DEL CAMPIONISSIMO SLOVENO DOMINATORE DELLA MILANO- SANREMO: “LE SUE IMPRESE STRAVOLGONO LA STORIA DEL CICLISMO, MA LUI SEMBRA NON FARE MAI FATICA. C'È CHI NON SI FIDA: C'È QUALCOSA SOTTO, CHE NON TORNA COME AI TEMPI DI ARMSTRONG...COMPLOTTISMI CERTAMENTE. POGACAR INTANTO TRIONFA, FORMIDABILE. IL SUO MITO SARÀ PERFETTO SOLTANTO IL GIORNO IN CUI…” – VIDEO
Domenico Quirico per la Stampa - Estratti
Premetto: detesto gli invincibili, gli abbonati al successo, i predestinati, i campionissimi.
(...)
E poi sugli invincibili incombe la "ubris" della noia. I trionfatori stancano. Ma con lui, Tadej Pogacar, son obbligato ad esser cauto. Forse a ricredermi. A vederlo chi penserebbe al più eccezionale atleta che abbia mai avuto lo sport ciclistico?
Lo so. Puristi e anziani "suiveur", gli stessi per cui il ciclismo è morto e seppellito, dei campioni si è persa la semenza e nel secolo di internet la pedivella da corsa è un ferrovecchio, mugugnano: uno sloveno... chi è costui? Che c'entra la Slovenia con lo sport del pedale, giù le mani! Il ciclismo è cosa di belgi, francesi, spagnoli e italiani, al più qualche svizzero...!
E se invece questa creazione del ciclismo globalizzato fosse l'ennesimo miracolo di un grande fenomeno di misticismo individuale e collettivo, se i campioni che ormai guadagnano milioni alla fine si sfiancassero sempre per l'Idea? Se fosse lei che congestiona le folle ai lati delle strade, fa girare le ruote, scala i Mortiroli e i Muri di Grammont e strabatte i labili primati delle vittorie?
Ignoro la biografia non ciclistica di Pogacar. Voglio sia composta solo delle sue vittorie, tour giri classiche mondiali, ne ammiro l'eloquenza dei trionfi solitari.
Forse anche lui come nelle favole dei campioni di un tempo è figlio di contadini, e ha regalato alla mamma con le prime vittorie un frigorifero o un televisore nuovo. Storie balcaniche. Forse.
Non è un caso che i tifosi non abbiano ancora saputo dargli un soprannome: tipo la locomotiva umana, il diavolo rosso, il leone delle Fiandre o il cannibale. Pogacar che è sprinter e grimpeur, passista e cronomen, che vince in salita discesa volata e a cronometro, sotto il peso del sole e sotto lo scroscio della pioggia, non desta immagini, definizioni iperboliche.
La sua faccia, neppure quando è coperta dalla polvere delle strade bianche di Toscana o dal fango di Roubaix, perfino quando deve leccarsi le eroiche escoriazioni di una caduta, non fa spettacolo. Non è "il bello", "il monello", "l'uragano", "la littorina". È sempre solamente Tadej Pogacar, nome leggero e bellissimo.
È una figura che non si stacca, erculea di muscoli, dalle altre, senza la maglia iridata o quella rosa o quella gialla, non lo distingueresti nel "Peloton" dei chilometri inutili, vacui, riservati ai comprimari; prima che lui decida che è ora di mettersi in testa, che la giornata degli altri finisce qui. Anche quando alla Milano-Sanremo aspetta i centimetri finali, beh! è un piccolo atto d'omaggio ai rivali, il regalo di un primo piano televisivo fino all'ultimo metro.
È un tipo da giovane impiegato cortese allo sportello.
C'è una punta di ironia nella sua pupilla dopo ogni "storica impresa". E forse solo i più attenti colgono il lieve, quasi impercettibile guizzo che segna il suo orgoglio, la sua nascosta capacità di ostinazione, la sua volontà fredda e silenziosa quando la giornata cova nelle viscere dei fatidici colli o nei rettilinei animati dal gioco complicato dei ventagli. Sì, gli piace star solo, pedalare senza succhiaruote o gregari devotissimi, procedere fiutando goloso la velocità. Ecco: ha stabilito l'equilibrio perfetto su cui scivola il filo invisibile della corsa, la sua corsa. Lui vince progressivamente ad ogni chilometro. Non attendetevi "il convulso finale", "la bagarre".
Ho visto trionfare (e perdere) tipi come Merckx, Gimondi, De Vlaeminck, Hinault.
Tutti filavano via a testa bassa nel solco della folla e stillavano sudore dai volti abbronzati, davano spettacolo di splendente fatica, i capelli incollati alla fronte, lucidi come se fossero spalmati di vaselina. La prova era dura anche per loro, i campioni. Perfino il viso di Coppi il più lieve, elegante dei titani, nello sforzo e nella lotta, è segnato, perde la normalità del garzone panettiere di provincia. Lui no: non suda, non sembra far fatica.
Prendete le salite del Tour - l'Izoard, la Croix-de-Fer, il Ventoux: il golgota dei ciclisti - son delle rupi, delle torri di ghiaie e di pietre secche, paradisi di lucertole, senza una bava d'acqua o di ombra. Le automobili van su per miracolo, c'è paura che i tifosi, urlando, sveglino gli dei delle frane.
E le rampe di Spagna, esercizi da fachiri, sfide da hidalgos, da insaziabili matamoros? Lui li sale lieve, un lungo, chiaro periodare, una sintassi che non stecca mai la sequela delle pedalate. I grandi scalatori Gaul, Bahamontes, Pantani, scattavano, si decomponevano nell'oscillare delle spalle e del busto, davano zampate di gatto... una due tre... per controllare se l'avversario sanguinava.
Lui no: semplicemente accelera, sembra sonnecchi, che si annoi, che conti le nuvole. Il volto è liscio, non suda, non ansima, sorride. Lavora. Il miracolo, quello che lo trattiene al di qua della triste linea degli arroganti e degli antipatici, è che tutto è naturale, ha qualcosa di magnetico di cui anche gli avversari sembrano convinti.
C'è chi non si fida: c'è qualcosa sotto, che non torna come ai tempi di Armstrong, dell'Amerikano volante e degli alambicchi dei dottor Mabuse, negli exploit più giganteschi ha una parte la bomba, il ciclismo milionario è tutto un affare di intrighi, corruzioni, oscuri interessi e la baracca sta in piedi perché tutti ci guadagnano... Complottismi certamente.
Pogacar intanto trionfa, formidabile. La curiosità ormai è per gli "eterni secondi" come Belloni. Il suo mito sarà perfetto soltanto il giorno in cui in cima a una salita, mitica o un colle miserabile di 500 metri, non lo vedremo passare tra i primi. E Pogacar? Dove è Pogacar?
Aspettiamo un minuto, dieci, la lancetta dei secondi gira. Non c'è. E Pogacar? Chi sa annuncia che è staccato, che è indietro. Staccato Pogacar? Si urla implorando una smentita... Non si smentisce, è proprio così.
Poi lui arriva, sempre lieve, non dà occhiate risentite ai voyeur del dramma. Non ha contrazioni dolorose per lo sforzo diventato inutile. Il misterioso genio della vittoria lo ha lasciato, non risponde più.
L'invincibile è vinto, la corona passa in testa ad un altro.
È allora che ameremo la sua perfezione.
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