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VATTI A FIDARE DI BUTTAFUOCO - NELL’ITALIA DELLA SOVRANISTA MELONI, ALLA BIENNALE NON CI SONO ITALIANI. COSA È STATO NOMINATO A FARE PIETRANGELO BUTTAFUOCO DIRETTORE DELLA MOSTRA, SE ALL’EVENTO DI PUNTA DELL’ARTE CONTEMPORANEA DEL PAESE (E DEL MONDO), TUTTO PROSEGUE CON LA CULTURA WOKE COME PRIM,A E SENZA NEMMENO UN ITALIANO (TRANNE NEL PADIGLIONE NAZIONALE)? IL MINISTRO DEL "PENSIERO SOLARE", ALESSANDRO GIULI, AMICO DI BUTTAFUOCO) SE NE SARA’ ACCORTO? - LA PROSSIMA BIENNALE, CURATA DA KOYO KOUOH, SCOMPARSA LO SCORSO MAGGIO, SARA’ UNA “MOSTRA KARMICA”, “ISPIRATA ALL’ESOTERISTA GURDJIEFF E AI RITI WOODOO” (PERFETTA PER FARE INCAZZARE SALVINI, BRUGNARO E ZAIA)
DAGOREPORT - SCUSATE, E’ LA BIENNALE D’ARTE O UNA MOSTRA DI BOTANICA? - VIDEO
https://www.dagospia.com/sport/dagoreport-scusate-e-biennale-d-arte-mostra-botanica-team-465483
NELL’ITALIA GOVERNATA DALLA SOVRANISTA MELONI, ALLA BIENNALE NON CI SONO ITALIANI
SE L’ARTE ITALIANA NON ARRIVA NEMMENO A VENEZIA
Gian Maria Tosatti per “il Sole 24 Ore – Domenica” - Estratti
Sono stati annunciati i nomi degli invitati alla Biennale di Venezia 2026. Centoundici artisti chiamati a rappresentare il mondo In minor keys come indicato dalla curatrice Koyo Kouoh, prima di lasciarci prematuramente. Tra loro nessun italiano.
pietrangelo buttafuoco ph andrea avezzu
Questa è la notizia.
Se non altro perché – ad eccezione della particolare edizione del 1999 curata da Szeeman, in cui mostra internazionale e Padiglione Italia si fusero – non risultano altri esempi di una assenza tanto smaccata ed evidente nella centenaria storia della nostra più prestigiosa istituzione culturale. In passato, anche curatori che avevano dimostrato nei confronti dell’Italia un vero e proprio disinteresse (come fu il caso di Ralph Rugoff), cedettero a quel minimo di diplomazia che portò in Laguna due artiste di tutto rispetto, Favaretto e Carbotta.
Stavolta no. L’Italia non c’è.
Tutta la responsabilità di rappresentarci è sulle spalle di Chiara Camoni nel padiglione nazionale (bisognerà rallegrarsi che almeno questo non sia stato eliminato!). Le faccio il mio più sincero in bocca al lupo.
giardini 2019 photo andrea avezzu, courtesy of la biennale di venezia
Ma resta il fatto che, nella mostra internazionale non c’è alcun artista del nostro Paese (ospitante) per la prima volta nella storia.
A questo punto, potremmo accusare il team curatoriale che ha portato a compimento il disegno iniziale di Kouoh, d’esser stato scortese, poco attento a quella diplomazia che sempre è entrata nella rassegna veneziana. Potremmo anche notare che proprio nel momento in cui, in Italia, i “sovranisti” stanno al governo non riesca loro il compito elementare d’evitare una tale umiliazione del proprio paese.
Potremmo anche notare che mentre i curatori argomentano su come, per la quarta volta consecutiva a Venezia, si debba guardare ai territori marginali, agli artisti poco rappresentati, alle aree del mondo vessate dalla storia, consegnino, poi, agli Stati Uniti d’America quasi il 30% delle partecipazioni.
Ben 28 artisti contro i due o tre che rappresentano Paesi come Francia, Belgio, Germania, ma anche Libano, Kenya, Senegal o Ghana. Se calcoliamo, però, che anche diversi nomi provenienti dai Paesi “in minor keys”, vivono negli Stati Uniti, partecipando attivamente a quella scena culturale, la presenza a stelle e strisce (inclusi i tre artisti di Puerto Rico) sale a percentuali vertiginose. Questo per dire che va bene suonare le note in minore ma sempre a patto il pianoforte lo fornisca il produttore più potente. La filosofia, è importante per gli statement, ma il mercato è una cosa seria.
(...)
Da quel momento in poi, non più di qualche sprazzo, qualche boutade (come la Transavanguardia), l’ottimo Cattelan, e poco altro hanno attratto, per un momento, l’attenzione internazionale. Non più che lampi. L’infrastruttura artistica dell’Italia è spenta da cinquant’anni. Il presente artistico del Paese è al buio.
Come ho già scritto su questo giornale, non si ravvisa una connessione di poetiche, non un dibattito critico, nessuna volontà politica di fare sistema o anche, semplicemente di cercare un dialogo vero. Se di capire cosa ci sia d’interessante nell’arte italiana di oggi non interessa nemmeno a noi, perché qualcun altro dovrebbe affacciarsi nel nostro giardino. Le buone proposte alternative, infatti, non mancano. Il Sudafrica, ad esempio, oltre alla curatrice esprime, in questa mostra, ben dieci artisti (quasi il 10% del totale), la piccola Svizzera ne esprime cinque e finanche della Nigeria ne esprime altri cinque. Conosco bene quelle scene.
Sono Paesi in cui ho lavorato e in cui ho potuto vedere con quanta compattezza e visione abbiano investito sul proprio comparto artistico. Noi non lo abbiamo fatto.
Non è un’accusa. È una amara verità. E se valiamo zero in questa Biennale, forse non è colpa degli altri e neppure dei nostri politici che ripetono ossessivamente «prima gli italiani» e, poi, non sono capaci nemmeno di farci remigrare a Venezia. E non è neppure colpa di un sistema museale spesso accusato, all’estero, di non promuovere e portare all’emersione i nostri artisti. La colpa è del fatto che non ci prendiamo sul serio da troppi anni. Mentre gli artisti italiani fanno l’abitudine a tutto. Anche all’irrilevanza.
Non se n’è accorta Koyo Kouoh. Forse è mancata troppo presto. Ma i veri artisti “in minor keys”, alla fine, siamo noi.
Pietrangelo buttafuoco e Alessandro Giuli - inaugurazione padiglione italia - biennale architettura
Alessandro Giuli - inaugurazione padiglione italia - biennale architettura
koyo kouoh ph antoine tempe
pietrangelo buttafuoco presentazione biennale venezia 2026 ph jacopo salvi
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