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Giancarlo Dotto per Dagospia
Vedi Roger e poi svieni. Pensava a lui Stendhal? Nella finale di Dubai, davanti alle gaudenti sottane degli emiri chiazzate di champagne, Federer ha preso per le orecchie Djokovic, il superman tutto ferro e gomma, e lo ha portato a spasso nel luna-park del suo tennis al confine della gravità. Disintegra Nole in due set e sputa in un occhio a chi dubita ancora che sia lui il più grande tennista di ogni tempo, che chiamarlo tennista è una bestemmia.
Per noi, insanabili mitomani, Roger Federer è stratosfera, vertigine pura, capolavoro in movimento, non riproducibile e non comprensibile. Quante volte, prima d’impiccarsi, David Foster Wallace si è genuflesso sotto i colpi impensabili di Roger? E noi con lui.
Colpi che sembrano scappati dal mondo di Matrix e una racchetta che sembra la borsa di Mary Poppins. Arrivano palle da tennis e tornano fiori, farfalle, stregonerie, biglietti di sola andata per Tahiti. Uno che non è mai incappato mai nell’incidente greve del sudore. Anche quando è sfida a oltranza con i muscolari grevi di oggi.
Tutti noi spasimanti rogeriani siamo già in gramaglie al solo pensiero del suo addio. Mancanti prima ancora che ci manchi. Di qualcosa che prima o poi accadrà, ma che già ora c’impedisce di godere fino in fondo. Anche per questo Roger insiste. Lui, come Michael Jordan ieri e Francesco Totti oggi.
Lo sanno loro, per primi, il vuoto che lasciano. Insistono anche per sovrano egoismo. Sanno che possono avere un’idea compiuta della propria grandezza solo specchiandosi all’infinito nella devozione dei loro fan. E’ il dramma delle leggende viventi. Non essere stati spettatori di se stessi.
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