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ANCHE NEL MONDO DELL'ARTE NON C'E' UN BEL CLIMA PER GLI EBREI - ANTONIO RIELLO: “MATTHEW COLLINGS, ARTISTA E CRITICO D'ARTE, HA ESPOSTO IN INGHILTERRA PIÙ DI CENTO DISEGNI IN SOSTEGNO DELLA POPOLAZIONE DI GAZA. TRA LE OPERE, CE N'ERANO DIVERSE ANTISEMITE. UNA RITRAE PATRICK DRAHI, IL PROPRIETARIO EBREO DELLA CASA D'ASTE "SOTHEBY'S", CON UNA ENORME BOCCA APERTA DOTATA DI DENTI AGUZZI CHE SBRANA UN BAMBINO - COLLINGS AVREBBE POTUTO REALIZZARE QUALCOSA DI FORTE MA MENO OVVIO E SCONTATO. E INVECE IL RISULTATO È DELUDENTE: SEMBRANO VIGNETTE DISEGNATE DA QUALCHE GIOVANE MILITANTE DI HEZBOLLAH SENZA PARTICOLARE TALENTO CREATIVO”
Antonio Riello per Dagospia
matthew collings all'opening della mostra
Benjamin Netanyahu ha fatto tutto quello che ha potuto per rovinare il "brand" di Israele su scala mondiale. Le responsabilità per la tragedia di Gaza appaiono come un marchio disonorevole. La parola "Genocidio" pesa come un macigno. Non sarà affatto facile recuperare gli enormi danni di reputazione di cui soffre attualmente il paese mediorientale.
Il primo effetto di tutto ciò è che le legittime critiche all'operato dello stato di Israele sono degenerate, in qualche occasione, in forme - più o meno evidenti - di antisemitismo. O almeno di cripto-antisemitismo.
Si inizia in genere confondendo - ed è un clamoroso errore - i cittadini di Israele ("israeliani") con le persone di religione ebraica ("israeliti"). Gli ebrei della Diaspora sono spesso i primi critici delle politiche e delle smanie bellicistiche dell'attuale governo israeliano. Il passo successivo è l'indugiare con leggerezza - ed ignoranza storica - nei luoghi comuni del più bieco pregiudizio, spesso alimentato anche dalla aleggiante cultura del complotto (la vicenda dei falsi Protocolli dei Savi di Sion è stata evidentemente dimenticata).
Alla fine del processo, si finisce quindi per adottare linguaggi razzisti e slogan affini a quello della propaganda nazista. Il problema non sta più in quello che l'israelita di turno (come persona) fa o professa, ma nella sua automatica appartenenza ad un determinato gruppo etnico, ritenuto colpevole a prescindere.
Tra le tante persone - giustamente - indignate per le stragi compiute dalle bombe israeliane nella striscia di Gaza c'è insomma una piccola minoranza che è stata trascinata da logiche aberranti di questo tipo. Qualcuno, in certi ambienti, arriva perfino a vedere l'antisemitismo come un atteggiamento normale: un inevitabile corollario del cosiddetto attivismo "anti-imperialista".
Si dice sempre che l'Arte rispecchia le aspirazioni, i valori e i limiti della società che la produce. E infatti le artiste e gli artisti non sono affatto immuni a queste problematiche. Matthew Collings (1955) è un artista, critico d'arte e noto divulgatore televisivo (ha lavorato a lungo con la BBC).
Collings ha recentemente esposto una serie di disegni al Joseph Wales Studio di Margate (cittadina balneare a poche miglia ad Est di Londra, dove il Tamigi diventa Mare del Nord). Il titolo era "Drawings Against Genocide". Fino a qua potrebbe sembrare solo una delle tante iniziative del mondo dell'Arte Contemporanea a sostegno della popolazione di Gaza. Il prezzo medio richiesto per disegno era sulle 400 sterline. La mostra ha chiuso i battenti a fine Marzo.
In realtà tra i più di cento disegni presenti ce n'erano diversi che finivano per gravitare, più o meno direttamente, nell'orbita del nuovo antisemitismo. Uno in particolare ha destato scandalo: ritrae una persona - il proprietario della casa d'aste Sotheby's si chiama Patrick Drahi e tutti sanno che è ebreo - con una enorme bocca aperta dotata di denti aguzzi sta sbranando avidamente un bambino.
La versione data alla stampa dall'autore parla piuttosto vagamente di un "personaggio sionista" (vengono in genere definiti così non solo tutti i cittadini israeliani ma anche gli ebrei della Diaspora che non criticano apertamente Israele). Le lamentele e le polemiche sono state molte. Da parte di Camilla Long (The Times) e di Simon Schama (The Financial Times), per iniziare con la stampa. Ma anche molte associazioni - non solo legate all'ebraismo - hanno preso le distanze dalla mostra.
Il council locale - porta il nome di Thanet - che finanzia con denaro pubblico il Joseph Wales Studio si è pubblicamente dissociato. E sul sito del centro espositivo (www.josephwales.co) non c'è più traccia della mostra. C'è stata anche una denuncia alla polizia che, alla fine, ha concluso di non procedere. Non si poteva dimostrare formalmente "al di là di ogni ragionevole dubbio" la volontà dell'autore di propagandare l'antisemitismo. La situazione giuridica, sottile e complessa, è avvolta comunque da una notevole ambiguità.
Sinceramente credo che il punto fermo sia un'altro: in un paese democratico, l'artista deve avere il pieno e sacrosanto diritto di fare (ed esporre) quello che meglio crede. E deve inoltre poter mostrare liberamente - senza censure di alcun tipo - le proprie opinioni politiche (in questo caso il ritenere oltraggioso quanto è successo alla popolazione palestinese, e non solo a partire da Ottobre 2023).
L'unica commento che mi sento quindi di fare è di natura squisitamente artistica. Collings conosce di certo molto bene l'Arte Contemporanea (e così i suoi meccanismi e i suoi linguaggi). Come mai ha prodotto delle opere così banalmente retoriche e ingenuamente propagandistiche?
Avrebbe potuto (di certo era in grado di farlo) realizzare qualcosa di altrettanto forte ma probabilmente meno ovvio e scontato. E invece il risultato è deludente: parecchie sembrano vignette disegnate da qualche giovane militante di Hezbollah senza particolare talento creativo.
La spiegazioni credo possano essere due. O lo ha fatto deliberatamente per creare ad hoc un eclatante caso mediatico. In questo caso è stato molto bravo, e in effetti la stampa ha parlato (e continua a parlare) a lungo di lui. Allora non resta che inchinarsi di fronte a tanta elaborata astuzia.
Oppure la foga ideologica era tanta che, almeno in parte, ha travolto e rottamato la sua indubbia capacità artistica. Un tipico caso - ultimamente sono frequenti - in cui la furia viscerale dell'attivista ha avuto la meglio sulla lucidità dell'artista.
matthew collings 04
matthew collings 06
joseph wales studio in margate
matthew collings 11
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